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SPY FINANZA/ La guerra del petrolio che fa comodo all'Isis

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Ora la linea del fronte si è però spostata in Algeria, con il governo di Sellal incapace di porre un argine alla crescita del terrorismo di matrice jihadista nel Paese, come dimostra quanto accaduto lo scorso anno con la confisca da parte dei terroristi della raffinerai di gas di Amenas: di fatto, quei movimenti stanno allineandosi con l’Isis, diventando un nuovo ramo dell’albero, una nuova branca del franchising del terrore. L’Algeria esporta 1,5 milioni al giorno di prodotti petroliferi e anche se il core business rimane quello del gas, giova ricordare che il prezzo del gas naturale liquido che esporta verso l’Europa è legato al prezzo del petrolio quasi da un peg fisso. Insomma, se i prezzi del petrolio dovessero scendere oltre la metà del prezzo di break-even in paesi come Algeria, Libia o Iraq, l’estrema fragilità insita nei governi di quelle nazioni potrebbe divenire una tentazione enorme per le mire del Califfato, visto che stando a una valutazione approssimativa l’Arabia Saudita muovendo l’Opec contro gli Usa dava per assodata una resistenza dei paesi arabi al prezzo in calo o comunque basso ben più estesa di quanto non sia in realtà, oltretutto sottovalutando i rischi geopolitici legati al tornato sunnita nell’area.

C’è però una variabile fresca fresca che potrebbe scalfire un po’ le granitiche certezze statunitensi, visto che ieri sono usciti i dati relativi ai permessi per nuovi pozzi nelle dodici maggiori formazioni shale degli Usa per il mese di novembre e, guarda caso, si è registrato un calo del 15%, stando a dati di TrillingInfo rilanciati dalla Reuters, il primo rallentamento dopo che anno su anno i permessi erano raddoppiati. Per Roger Read, analista presso Wells Fargo, «ci sono pochi dubbi sul fatto che prezzi più bassi per petrolio e gas si tramuteranno in minore spesa e minor produzione shale dal 2015 fino al 2017», esattamente ciò che persegue con la sua politica di riequilibrio l’Opec, ovvero l’Arabia Saudita. Per Karr Ingham, economista presso la Texas PetroIndex, «il primo domino è il prezzo, il quale causa altri domino pronti a cadere. Il primo segnale di questo è proprio il numero di permessi emessi in calo». E proprio due aree del Texas, la Permian Basin e la Eagle Ford, hanno conosciuto i cali maggiori, rispettivamente del 13% e 22%: notare che la Eagle Ford, quella con il record più negativo, è anche l’area con i costi di produzione minori. Di converso, poi, Riyad potrebbe aver sì sbagliato i calcoli ma anche messo in conto che a pagare un prezzo al crollo delle valutazioni del petrolio potrebbero essere altri soggetti delicati per l’economia Usa, come il mercato del debito ad alto rendimento, i titoli azionari e in prima fila le banche, le stesse che nel 2008 furono schiantate dalle crisi immobiliare e dei subprime.

Perché questo potrebbe succedere è presto detto, visto che le compagnie energetiche pesano per il 15-20% di tutto il mercato del debito junk statunitense, essendo state le aziende più prolifiche nell’emettere debito high-yield per finanziarsi, visto che nel 2005 la percentuale della loro incisività era solo del 5%. E dov’è finito ora quel debito? Nei bilanci di banche, asset manager e fondi pensione. Inoltre, le banche hanno fatto mercato con quel debito attraverso gli Etf, quindi se la popolarità di cui ha goduto il settore nell’ultima decade dovesse tramutarsi in vendite, gli stessi istituti di credito potrebbero non essere in grado di vendere i bonds abbastanza velocemente da soddisfare la domanda di prezzatura degli Etf stessi. E ancora, essendoci scarsità generale di liquidità nel settore dell’high-yield, questo potrebbe creare un ambiente in cui il rischio di contagio potrebbe salire e molto.


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COMMENTI
03/12/2014 - Venezuela (Giuseppe Crippa)

Se l’esercito venezuelano prendesse il potere lo farebbe con l’approvazione del popolo che da due anni almeno non trattiene la rabbia per un Paese in piena crisi economica anche col petrolio a 100 dollari, figurarsi nel prossimo futuro…