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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La guerra del petrolio che fa comodo all'Isis

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E per Larry McDonald, capo per le strategie sul mercato Usa della Newedge, c’è un indicatore da tenere sotto’occhio: «Ho visto questa cosa un sacco di volte, quando l’alto rendimento va in sotto performance rispetto all’azionario, occorre prepararsi a un grosso evento di credito. È il classico canarino nella miniera di carbone». Fino alla fine della scorsa decade, un calo del 10% dell’alto rendimento in sessanta giorni si è palesato ben 12 volte, stando al Credit Suisse High Yield Bond Fund e dopo sessanta giorni da quell’evento di credito, ecco il conto per le banche visto che il return medio per Citigroup era negativo dell’8%, per Bank of America del 6% e per JP Morgan del 5%. Potrebbe non sembrare una tragedia, ma questi sono solo return medi e con un calo dell’high yield solo del 10%, ma sappiamo tutti che l’inversione per titoli e prezzi dell’alto rendimento può essere molto peggiore, al netto della minore liquidità dovuta al “taper” della Fed: durante l’ultima crisi dell’high yield, quella legata al settore immobiliare, Citigroup perse il 63% del suo valore nei sessanta giorni successivi all’evento di credito, mentre Bank of America il 50%.

C’è poi da non dimenticare un’altra variabile, ovvero il peso del comparto energetico sulle Borse. Prendiamo il dato della spesa privata per investimento negli Usa, solitamente attorno al 15 del Pil e oggi a quota 2,8 triliardi di dollari: questo investimento consiste per 1,6 triliardi spesi annualmente in equipaggiamento e software, per 700 miliardi in costruzioni non residenziali e poco più di 500 miliardi in costruzioni residenziali. La componente equipaggiamento e software è composta al 35% da tecnologia e comunicazione, al 25-30% da equipaggiamento industriale per energia, utilities e agricoltura, al 15% da equipaggiamento per i trasporti e con il rimanente 20-25% legato ad altre industrie o intangibile. Bene, le costruzioni non residenziali sono composte al 20% da strutture per la produzione di gas e petrolio e per il 30% da voci correlate all’energia in totale: insomma, il settore energia, stando a calcoli di Deutsche Bank, pesa per un terzo della capitalizzazione dell’indice Standard&Poor’s.

Dopo l’oro, un altro esempio - rischiosissimo - di geofinanza alla massima potenza. Che, almeno per ora, ha già fatto un’unica vittima: il Venezuela, il cui bond sovrano viene ormai trattato a 51 sul dollaro, il livello più basso da cinque anni, con il rendimento attorno al 21% come ci mostra il grafico a fondo pagina, mentre il cds parla ormai la lingua del default, visto che quello a due anni prezza la bancarotta al 63% e quello a 5 anni all’80%. Per ogni dollaro di calo del prezzo, il Paese vede sparire introiti per 770 milioni di dollari, mettendo a forte rischio le casse del governo e quindi la sua solvibilità rispetto al debito e alla spesa corrente: al prezzo attuale del petrolio, il Venezuela necessita di ulteriori 25,6 miliardi di dollari solo per finanziare le importazioni, visto che il suo prezzo di break-even è 85 dollari al barile. Fossi il presidente Maduro, dormirei preoccupato, vista la propensione golpistica dei militari di quelle parti.

 

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COMMENTI
03/12/2014 - Venezuela (Giuseppe Crippa)

Se l’esercito venezuelano prendesse il potere lo farebbe con l’approvazione del popolo che da due anni almeno non trattiene la rabbia per un Paese in piena crisi economica anche col petrolio a 100 dollari, figurarsi nel prossimo futuro…