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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La guerra del petrolio che fa comodo all'Isis

La scelta di non tagliare la produzione del petrolio può avere conseguenze sia finanziarie che geopolitiche, specie in Medio Oriente. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Dopo la guerra dell’oro, quella del petrolio. Non so se ve ne siete accorti, ma il mondo sta indirizzandosi verso una china a dir poco pericolosa, una volta scelto il senso della quale avremo un nuovo ordine mondiale. L’enorme azzardo politico preso da Arabia Saudita e Opec nel suo complesso di non tagliare la produzione, al fine di mettere alle corde il mercato dello shale oil Usa facendo schiantare il prezzo del petrolio in area 67 dollari al barile, dopo un breve rimbalzo nella giornata di lunedì, potrebbe significare non solo conseguenze economiche per quei paesi produttori, ma soprattutto ulteriore tensione geopolitica nel vicino e già turbolento Medio Oriente. Non è un caso che il leader del Califfato, Abu Bakr al-Baghdadi, abbia deciso di aprire un secondo fronte operativo per l’Isis in Nord Africa, per l’esattezza mettendo nel mirino Algeria e Libia - due Stati che vivono di export petrolifero - così come l’Egitto e il Nord Nigeria: per Alistair Newton, capo dell’unità rischi politici di Nomura, «la resistenza del mercato shale oil statunitense potrebbe essere maggiore di quelle dell’Opec».

E tra domenica e lunedì una prima conferma di questo rischio si è palesata nelle Borse dei paesi del Golfo, con l’indice principale della piazza saudita, il Tadawul All Share Index, entrato ufficialmente in bear market dopo aver bruciato tutti i guadagni dell’anno ed essere sceso ai minimi del marzo 2011, come ci mostra il grafico a fondo pagina, mentre Dubai è arrivata a perdere come minimo intraday il 7% domenica e il 2,2% lunedì (ieri e oggi Borsa chiusa per festività, una combinazione quanto meno fortunata).

Per Chris Skrebowski, ex direttore di Petroleum Review, i sauditi vogliono portare gli americani a tagliare il tasso di crescita dell’output da shale oil da 1 milione di barili al giorno a 500mila per riportare il mercato più vicino a un bilanciamento: «Vogliono snervare il modello dello shale oil e minare la sua fiducia finanziaria, ma non fermeranno la crescita nel suo insieme». D’altronde, i numeri della rivoluzione shale parlano chiaro e ci presentano un orizzonte energetico globale completamente cambiato, tanto da rappresentare una minaccia reale per l’Opec e la sua politica: gli Usa hanno tagliato le loro importazioni nette di petrolio di 8,7 milioni di barili al giorno dal 2006, un numero che è pari al combinato di export di Arabia Saudita e Nigeria.

Di più, gli Usa avevano un deficit commerciale di 354 miliardi di dollari legato a gas e petrolio solo nel 2011, mentre grazie allo shale Citigroup prevede un ritorno al bilanciamento entro il 2018, una delle inversioni di tendenza più drastiche mai viste nella storia economica moderna: «Per quanto riguarda petrolio e altri idrocarburi, gli Usa stanno bruciando le tappe. E la situazione non pare destinata a cambiare nemmeno con un calo significativo del prezzo, penso che gli Usa diventeranno un esportatore netto di petrolio e prodotti petroliferi entro il 2019, se non 2018», vaticina Edward Morse, capo del dipartimento commodities di Citigroup. Insomma, per qualcuno l’Opec ha sottostimato la forza dell’avversario, tanto che il segretario generale dell’Opec, Abdalla El-Badri, continua a insistere che metà dell’output di shale gas statunitense sia vulnerabile sotto gli 85 dollari al barile, tesi in effetti sposata anche da molti analisti Usa, come vi ho detto sabato scorso.


COMMENTI
03/12/2014 - Venezuela (Giuseppe Crippa)

Se l’esercito venezuelano prendesse il potere lo farebbe con l’approvazione del popolo che da due anni almeno non trattiene la rabbia per un Paese in piena crisi economica anche col petrolio a 100 dollari, figurarsi nel prossimo futuro…