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SPY FINANZA/ Il crollo del rublo che fa tremare la Russia

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

E non ci sono precedenti tranquillizzanti al riguardo, visto che proprio il crollo del prezzo del petrolio fece collassare l’Unione Sovietica e fine anni Ottanta e spinse il Paese al default sul finire dei Novanta: per Kingsmill Bond di Sberbanks, «il rublo non si stabilizzerà fino a quando non lo farà il petrolio». Per gli analisti della banca, il Paese sta affrontando un montante deficit nel suo conto capitale, visto che non genera più sufficiente surplus commerciale per coprire le fughe di capitali: quindi, o vengono alleggerite almeno le sanzioni occidentali o c’è il rischio che le riserve scendano a un livello tale da richiedere per forza controlli di capitale.

E non facciamoci ingannare dal valore di quelle riserve, attualmente a 420 miliardi di dollari, visto che stiamo parlando di un Paese che oggi è in preda a croniche fughe di capitali e dipende pesantemente dal finanziamento estero: per Lubomir Mitov dell’Institute of International Finance, gli investitori dovrebbero cominciare ad avere seri dubbi sulla capacità di copertura delle riserve se queste dovessero scendere fino a 330 miliardi. E se addirittura il procuratore generale russo ha annunciato un’inchiesta sull’operato della Banca centrale, dopo la denuncia del deputato Evgeny Fedorov che ha definito l’istituzione «uno strumento del Fmi in mano a femministe liberali», le criticità attorno all’istituto centrale crescono rispetto alla volontà di non intervenire in difesa del rublo nelle ultime settimane, lasciandolo fluttuare sul cambio invece di utilizzare riserve per cercare di bloccare la caduta: la cocente lezione del 2008, quando si bruciarono 200 miliardi in sei settimane, salvo innescare una crisi bancaria, pare ancora viva nella memoria.

Lasciando crollare il rublo, poi, la Banca centrale ha difeso in parte il budget russo dalla caduta del prezzo del petrolio, tanto che Deutsche Bank ha reso noto come il bilancio fiscale virerà in negativo con il prezzo del greggio a 70 dollari: quota a cui già siamo, muovendosi in territorio 67,80 dollari. Con un’inflazione attesa al 10% nel primo trimestre del 2015 e prezzi già in impennata, oltre al deprezzamento del rublo l’economia russa deve far fronte anche ad altri rischi. Come anticipato, l’indice dei prezzi al consumo in Russia probabilmente registrerà una crescita a doppia cifra all’inizio del 2015 per la prima volta dopo diversi anni, secondo quanto ha previsto il vice-presidente della Banca centrale russa, Ksenia Yudaeva.

L’Istituto centrale inizialmente aveva stimato che l’inflazione non superasse il 6,5%, ma l’indebolimento del rublo, insieme alla mossa del Cremlino di vietare alcune importazioni di alimenti, hanno stimolato l’indice dei prezzi al consumo. Secondo la Yudaeva, l’inflazione accelererà sopra il 9% quest’anno e l’indice dei prezzi al consumo annuale supererà il +10% nel primo trimestre del prossimo anno, argomento di cui certamente si parlerà al meeting della Banca centrale russa in programma l’11 dicembre e durante il quale l’Istituto potrebbe considerare di alzare i tassi di interesse per la quinta volta quest’anno, attualmente al 9,5%.

Cresce nel frattempo il numero dei russi che, stando ai sondaggi, si interessa all’andamento del rublo. Secondo una ricerca del fondo “Opinione pubblica”, si tratta del 45% dei russi, di cui più della metà dice di essere in apprensione per l’eccessiva fluttuazione della moneta: a luglio, la percentuale di chi dichiarava di interessarsi all’argomento era del 32%. Stando sempre allo stesso sondaggio, il 52% degli intervistati, invece, ha dichiarato di non prestare attenzione al tasso di cambio. Tuttavia, secondo i sociologi, la situazione è ancora lontana dal creare un vero malcontento tra la popolazione: «L’alfabetizzazione finanziaria è molto bassa - ha spiegato Lyudmila Presnyakov, specialista del fondo - le persone non sanno come legare l’andamento del rublo e i prezzi del petrolio: la maggior parte di loro vive da tempo nella zone del rublo, è pagata e spende in rubli e ancora non è stata toccata dalla caduta della moneta». A suo dire, «se un’ulteriore svalutazione portasse a un eccessivo aumento dei prezzi, è possibile che si crei malcontento, ma perché si verifichino proteste servono anche altri fattori come la riduzione dei posti di lavoro».