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SPY FINANZA/ Il crollo del rublo che fa tremare la Russia

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Vladimir Putin (Infophoto)  Vladimir Putin (Infophoto)

E questa ipotesi potrebbe non apparire troppo peregrina visto che il crollo del rublo sta ponendo forti pressioni su molte aziende russe, le quali hanno redenzioni sul debito estero per 35 miliardi di dollari, la gran parte denominate proprio in biglietti verdi, soltanto questo mese, tanto che il bond decennale della Lukoil è salito di 250 punti base da giugno, raggiungendo un rendimento del 7,5%. Essendo escluse dai mercati di capitale a causa delle sanzioni, molte aziende sono costrette a chiedere aiuto allo Stato per evitare il default che seguirebbe a un mancato pagamento sul debito, tanto che la sola Rosneft ha già richiesto 49 miliardi di dollari di finanziamento governativo: Sberbank ha reso noto che nel 2015 le aziende russe avranno scadenze sul debito per 75 miliardi di dollari e non possono sperare di poter fare roll-over se non su una parte minima di questo, il tutto a fronte da capitale fresco dalla Cina che non supererà i 10 miliardi di dollari.

C’è però anche chi sta beneficiando della svalutazione del rublo, visto che sta vendendo all’estero ma con costi locali: ad esempio, i gruppi metallurgici Norilsk e Rusal, i produttori di acciaio e aziende nel campo dei fertilizzanti come Uralkali e PhosAgro: «Alcuni di loro stanno facendo montagne di soldi in questo periodo e i loro titoli volano in Borsa», ha reso noto un trader al Telegraph, peccato che però l’indice equity russo stia trattando allo 0,5% del suo book value, quasi un unicum con questo prezzo da saldo del mercato. Inoltre, l’economia russa rischia fortemente di entrare in recessione il prossimo anno, visto che il ministro dell’Economia in persona ha predetto un Pil in contrazione dello 0,8%, rivedendo pesantemente al ribasso la stima precedente di +1,2%, mentre la Banca centrale si attendeva crescita zero già per quest’anno.

C’è da temere, quindi? Sì, ma non nell’immediato, almeno stando alle parole di Marcus Svedberg, capo economista all’East Capital, a detta del quale «la combinazione di basso prezzo del petrolio e rublo debole ovviamente pone pressione sulla leadership russa, ma le conseguenze potrebbero essere meno drammatiche e dirette di quanto si attende. L’economia del Paese, ancorché ferma e con pochissime prospettive di crescita per il prossimo anno, non è necessariamente così fragile, le riserve sono ampie, il debito limitato e la disoccupazione ai minimi storici, tanto che a oggi tra i cittadini non c’è sentore di stress o panico». Tanto più che stando alle rilevazioni di novembre dell’istituto demoscopico indipendente Levada Center, il tasso di consensi per Vladimr Putin è al’85%, solo 3 punti percentuali in meno di ottobre. Ma con una fuga di capitale stimata per quest’anno in 125 miliardi di dollari, il tempo non pare dalla parte di Mosca, se la crisi petrolifera dei prezzi dovesse prolungarsi o peggio aggravarsi: per Petra Kuraliova, trader a TradeNext, «ci sono parecchie notizie che pongono allarme rispetto all’economia russa e molte di queste previsioni potrebbero avverarsi se Putin non implementerà cambiamenti radicali. La situazione è seria».

Ma al di là delle preoccupazioni legate all’ambito energetico, visto anche il “niet” a South Stream e la scelta della Turchia come partner per la pipeline alternativa e le prospettive di un inverno gelido a partire da fine anno, chi ha davvero interesse a sobillare instabilità politica in Russia? Per Tim Ash, capo del dipartimento mercati emergenti alla Standard Bank, in pochi, visto che «non vedo minacce imminenti al potere assoluto di Putin nel medio termine, neppure da parte dell’Occidente che è molto cauto rispetto all’ipotesi di un cambio di regime, anche soltanto perché dopo Putin potrebbe arrivare qualcuno molto peggio di lui, un presidente risoluto sì ma anche molto cauto per istinto e calcolatore. Penso però che Putin stesso sia a un bivio tra isolamento e ritrovato feeling con l’Occidente, un qualcosa quest’ultimo che sarebbe un bene per tutti. Sfortunatamente devo propendere per la prima ipotesi, una scelta che potrebbe essere negativa per la Russia sul lungo termine». Ma anche per l’Europa, mi permetto di aggiungere io. Anche perché, nonostante lo spread a 126 punti base, livello che di fatto riflette un Paese in forma smagliante, l’Italia non è affatto fuori dai guai come si pensa.


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