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SPY FINANZA/ Il crollo del rublo che fa tremare la Russia

La Russia non deve fare i conti solamente con il crollo del petrolio che influisce sul costo del gas che esporta, ma anche con il crollo del rublo. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

Non c’è pace per il rublo e nemmeno per Putin. Dopo il crollo del 9% di lunedì rispetto al dollaro che aveva portato il cross in area 54, a Mosca si sperava che l’aumento del prezzo del petrolio di circa 2 dollari al barile potesse allentare un po’ la morsa, ma quando martedì mattina il greggio è tornato attorno ai 67 dollari la valuta russa ha conosciuto un’altra caduta ai minimi del giorno prima, quando aveva conosciuto il tonfo intraday peggiore dal default del 1998. Ovvie le ragioni, aumento della fuga di capitali, sanzioni che mordono l’economia e ora la decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, scelta capace di far schiantare il prezzo dell’oro nero per un Paese che vede un terzo delle sue entrate legate proprio all’export energetico: ora la questione si fa seria, visto che si comincia a parlare di misure di emergenza per il timore che i 680 miliardi di debito estero su cui siedono le principali aziende e banche russe possano innescare default a catena in caso di crollo ulteriore nel cambio.

Come ci mostra il grafico a fondo pagina, lunedì la Banca centrale russa è intervenuta per stabilizzare il rublo attorno a 52,07 sul dollaro, operazione che per Tim Ash di Standard Bank «deve essere costata miliardi». Un collasso di questo tipo, in effetti, è estremamente raro per una nazione come la Russia e all’orizzonte qualcuno vede profilarsi conseguenze politiche: «La situazione sta diventando disordinata. Non ci sono compratori reali per il rublo e sappiamo da voci vicine al presidente Putin che quest’ultimo vorrebbe imporre controlli sui capitali. Non mi sento di escluderlo, anche perché i problemi di finanziamento stanno peggiorando drammaticamente e il Paese sta flirtando con criticità sistemiche», ha dichiarato Lars Christensen di Danske Bank.

Al riguardo, alcune banche russe hanno già messo un tetto massimo di 10mila dollari ai prelievi in biglietti verdi ed euro, una sorta di blocco implicito verso i grandi correntisti, ma in molti ancora ricordano le parole pronunciate appena dieci giorni fa dal premier Dmitry Medvedev, a detta del quale «il governo, io stesso e la Banca centrale abbiamo più volte ripetuto che non abbiamo intenzione di imporre speciali restrizioni sui flussi di capitale». Sarà vero, dopo il tonfo degli ultimi due giorni? Tanto più che alla Banca centrale si stanno preparando a uno scenario con il petrolio a 60 dollari al barile, tanto che il vice-governatore, Ksenia Yudaeva, ha chiaramente detto che «un lungo declino del prezzo è altamente probabile».

Anche perché l’economia russa sta pagando un prezzo molto alto, essendo passata in soli nove mesi da ottava potenza mondiale con un fatturato da gigante petrolifero di 2,1 triliardi di dollari a economia di medio livello, paragonabile alla Corea del Sud e ora comincia anche a riposizionarsi geostrategicamente, visto il ritiro del progetto South Stream annunciato da Vladimir Putin in persona durante il suo viaggio in Turchia, incolpando della scelta la non volontà europea di proseguire.

Classica battaglia diplomatica, che però assume toni drammatici quando si pensa che gas e petrolio garantiscono alla Russia due terzi dell’export e metà delle entrate fiscali, tipico caso di “Dutch disease”, ovvero quando un Paese è troppo legato ai su e giù del ciclo delle materie prime.