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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il crollo del petrolio prepara la "stamperia" della Fed

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Di più, l’industria energetica supporta direttamente almeno 1,3 milioni di posti di lavoro solo nella manifattura, senza contare settori come l’ingegneria, la contabilità e il settore legale. Insomma, nel corso della recessione il settore energia ha creato 9,3 milioni di posti di lavoro, ovvero il 93% dei 10 milioni totali generati nel periodo preso in esame. E attenzione, perché i segnali di una crisi strutturale del settore cominciano a emergere giorno dopo giorno. Ricordate quando l’Isis rubava petrolio e lo rivendeva a prezzi più bassi di quelli di mercato? Bene, venivano tacciati di essere dei pirati da eliminare, peccato che oggi la stessa logica di dumping del mercato - senza il furto, ovviamente - sta avvenendo in uno dei distretti shale più importante degli Usa, il Bakken in North Dakota, dove il prezzo del crude il 28 novembre scorso è sceso a 49,69 dollari al barile, tanto che un analista ha così sintetizzato la ratio di questa scelta: «Se il Brent è a 70 e io sono già a 50, mettiamo il caso di un produttore del Wyoming, beh allora comincerò a chiedermi se ha senso economicamente continuare a trivellare e forse potrei cominciare a riallocare il mio capitale. Non escludo che si cominceranno a vedere progetti in forte rallentamento o abbandonati del tutto».

Con la produzione Usa al massimo da 31 anni a questa parte, le difficoltà geografiche e logistiche potrebbero ora amplificare lo stress che il prezzo in calo sui futures sta già mettendo addosso ai produttori, tanto che anche il Niobrara in Colorado e il Permian in Texas vedono già oggi forti sconti sul prezzo ufficiale di Brent e Wti. Con tasse da pagare su tutto - trivellazione, trasporto, stoccaggio nei terminal, pipeline e ferrovie - vendere a quei prezzi significa restringere enormemente i margini di guadagno rispetto al prezzo benchmark del Wti. La logica degli sconti, poi, si basa su due variabili: locazione e qualità. Molte raffinerie Usa, infatti, sono lungo la costa, quindi possono scegliere tra petrolio pompato dai pozzi nel centro del Paese o crude straniero che può essere consegnato nell’impianto attraverso una nave da trasporto: questo significa che il produttore deve ricaricare meno sui costi, visto che ad esempio a Eagle Ford la differenza sono pochi dollari per utilizzare una pipeline che può spostare il prodotto a buon mercato a 100 miglia verso Corpus Christi, sempre in Texas.

Questa logica è più complicata in posti come il North Dakota, il Colorado o il Wyoming, dove la capacità delle pipeline è limitata e dove i produttori devono pagare qualcosa come 10-15 dollari al barile per il trasporto del petrolio verso le coste, distanti migliaia di chilometri. Ma al netto di tutto questo, questi sconti così ampi rispetto al prezzo ufficiale segnalano altro, ovvero la necessità di pompare come pazzi per riuscire a rientrare nei margini di guadagno, visto che quello della liquidità sta diventando un problema molto serio e a pagare il prezzo più alto sono quei produttori che stanno solo ora cominciando il business, quelli che stanno in questo periodo costruendo gli impianti e che pagheranno sulla loro pelle la concorrenza devastante sui prezzi e il fatto che sarà sempre più dura portare fuori il petrolio, non tanto dal terreno quanto fuori dalla loro aree di estrazione.

Insomma, il petrolio a 50 dollari a più a che fare con la disperazione per il bisogno cruciale di liquidità che con tematiche legate a estrazione o trasporto: un qualcosa che potrebbe impattare pesantemente sul settore, l’unico driver reale dell’economia Usa in questi anni di denaro a pioggia che ha portato come conseguenza quanto evidenziato nella schermata riportata in ultima pagina, ovvero un aumento devastante dei costi base per i produttori, di fatto un’inflazione implicita determinata unicamente dalla massa di denaro messa in circolazione dalla Federal Reserve nel corso dei tre cicli di Qe. Non a caso due aziende del settore hanno deciso di posporre i loro obblighi di finanziamento proprio a causa del crollo del prezzo del petrolio che ha reso molto più difficile piazzare sul mercato il loro debito ad alto rendimento (e quindi ad alto rischio).