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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il crollo del petrolio prepara la "stamperia" della Fed

Un nuovo Qe della Fed è alle porte? L’ipotesi non è poi così peregrina, almeno se il prezzo del petrolio resterà a livelli così bassi. Ci spiega perché MAURO BOTTARELLI

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Un nuovo Qe della Fed è alle porte? L’ipotesi non è poi così peregrina, almeno se il prezzo del petrolio resterà a livelli così bassi per un periodo prolungato di tempo. Come vi ho detto pochi giorni fa, il settore energetico ha garantito un terzo dell’espansione del capitale dell’indice S&P 500 e pesa per il 20% del settore obbligazionario ad alto rendimento, peccato che qualcosa ora sembra si sia inceppato: stando a dati resi noti sul finire della scorsa settimana, i permessi per nuovi pozzi sono crollati del 40% negli Stati Uniti nel mese di novembre, di fatto sbugiardando il membro della Fed, Stan Fischer, a detta del quale «un prezzo del petrolio più basso è un fenomeno che ci farà stare tutti meglio». Stando a dati di DrillingInfo, infatti, i nuovi permessi approvati il mese scorso sono stati 4520 contro i 7227 di ottobre, «un calo che rappresenta una risposta molto rapida al calo del prezzo del greggio», sottolinea il ceo dell’agenzia, Allen Gilmer.

I nuovi permessi, che indicano quale sarà l’attività di trivellazione nei 60-90 giorni successivi, sono in contrazione per la prima volta dall’inizio dell’anno nei tre bacini di shale oil principali, il Bakken in North Dakota e il Permian Basin e l’Eagle Ford in Texas, rispettivamente con un -29%, -38% e -28%. Ma non solo, altre dieci aree di trivellazione hanno mostrato dei cali: il Niobrara in Colorado e Wyoming ha conosciuto un -32%, mentre il Granite Wash in Oklahoma e Texas un -30% e il Mississippian Line Oklahoma e Kansas un -27%.

D’altronde, che la spavalderia statunitense rispetto al miracolo dello shale fosse sostanzialmente una posa per non mostrare al mondo preoccupazione lo si era capito già con la presentazione del Beige Book a inizio novembre, visto che da quanto contenuto si capiva chiaramente che l’unica preoccupazione per la Fed rispetto all’economia statunitense, oltre all’eccessivo apprezzamento del dollaro, era proprio la dinamica dei prezzi del petrolio. Ben 37 criticità furono infatti rilevate all’interno del documento, a partire dall’impatto sui costi della produzione dello shale oil in diversi distretti con in testa Altlanta e Dallas, dal calo dell’attività estrattiva e di esplorazione in aree come il North Dakota fino alle ricadute che il costo del petrolio aveva su altri settori correlati, come quello della manifattura chimica nel distretto di Boston a causa delle perdita di competitività nei confronti di rivali esteri: aspettiamoci che quelle voci siano molte di più il prossimo anno.

E sapete perché? Perché il settore dello shale ha rappresentato un traino straordinario per l’economia Usa, di fatto l’unico driver in grado di rimettere in moto la dinamica occupazionale post-crisi. Stando a elaborazioni del Perryman Group, infatti, si stima che l’industria nel suo complesso abbia generato uno stimolo economico di circa 1,2 triliardi di dollari in Pil ogni anno e garantito qualcosa come 9,3 milioni di posti di lavoro permanenti in tutta la nazione, come ci mostrano questi due grafici