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FINANZA E POLITICA/ Lo "scivolone" di Draghi che riguarda l'Italia

Pubblicazione:domenica 7 dicembre 2014 - Ultimo aggiornamento:domenica 7 dicembre 2014, 9.30

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

«Come prima cosa - per dirla con Salvatore Satta - bisogna mettere a posto il linguaggio. Se si riesce a questo si è fatta per lo meno la metà della strada» (Norma, diritto, giurisdizione, in Studi in memoria di Carlo Esposito, III, Padova, 1973, p. 1624): non potendosi credere - men che meno a fronte dell’iterazione - che il Governatore della Bce abbia usato tale sostantivo impropriamente e senza volerne evocare i significati (e benché sia auspicabile che i titolari di così alte cariche avvertano il dovere, quando vi ricorrano, di più compiutamente esplicare il denotato di lemmi così densi di implicazioni e pertanto suscettibili di essere appresi suggestivamente), l’affermazione, intesa in accezione tecnica, registra un evento epocale e dovrebbe indurre a riconsiderare funditus l’assetto giuridico dell’unificazione europea, ponendolo al cospetto delle valutazioni deontologiche proprie del giurista, il quale (pur senza sottovalutare il rilievo di considerazioni effettuate secondo altre metodologie) non può, assecondando una tentazione sempre ricorrente, sciogliere i nodi problematici nella constatazione di una qualche “forza normativa” degli accadimenti.

Tale evento trova peraltro già ampia eco nelle disparate voci che, alcune con argomenti pacati e giuridicamente solidi, altre viceversa confusamente e d’istinto, caldeggiano il recesso dell’Italia dall’Eurosistema, nonché - può presumersi - nella crescente disaffezione dei cittadini nei riguardi delle tornate elettorali.

L’esame dei Trattati rivela che la sovranità delle singole collettività nazionali non è oggetto né di cessione, né di delega, in senso proprio, in favore dell’Unione europea. È sufficiente, per quanto qui interessa, por mente, ad esempio, all’art. 1, co. 2, che individua nella “unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa” l’obiettivo del Trattato Ue, affinché in essa “le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini”, nonché all’art. 2 e ai valori fondanti ivi indicati, i quali - poiché già posti a base delle costituzioni nazionali e, comunque, in quanto espressivi, per vari profili, all’antecedenza, non solo logica e neppure esclusivamente storica, bensì genuinamente giuridica della persona rispetto alle organizzazioni di governo (secondo una linea di pensiero esemplarmente racchiusa nel nostro art. 2 Cost.) - confermano che le collettività vengono assunte dalle norme de quibus quali affermatesi e costituitesi sovranamente prima del loro coalescere verso l’Unione europea e, ancora, all’art. 3, che presenta tutto un reticolato dispositivo che, saggiamente distinguendo tra popoli e Stati, e così riecheggiando il riferimento exart 1 del medesimo Trattato alle “competenze” (perciò a sfere di azione individuate ex ante mediante norme che si impongono al titolare, che non ne può disporre, tantomeno in senso derogatorio) che questi “attribuiscono” all’Unione europea (il verbo denota evidentemente un tratto costitutivo del relativo atto, che sembra escludere il ricorrere di un fenomeno di trasferimenti o anche solo di delega, potendosi ritenere, piuttosto e con economia logica, che si sia fatto luogo a un’organizzazione lato sensu consortile per l’esercizio in comune di alcune funzioni o di alcuni profili di tali funzioni), mantiene ai primi, nelle loro naturali conformazioni e identità, diritto di autodeterminazione di conservazione della propria struttura sociale e giuridica, impegnandoli alla reciproca cooperazione orientata al raggiungimento e alla garanzia degli obiettivi di promozione della pace e del benessere e dei suddetti valori (tra i quali vanno annoverati, appunto, quelli di identità e di autodeterminazione).

D’altra parte, è appena il caso di notare, solo di passata, che qualora i presupposti, i contenuti e gli effetti della successione tra la Comunità europea e l’Unione europea fossero stati diversi e tali da determinare l’abdicazione delle collettività nazionali alla loro sovranità, la stipulazione dei Trattati dai quali scaturirebbe tale effetto, almeno per quanto riguarda l’Italia, avrebbe rappresentato un evento extra ordinem Constitutionis (che non troverebbe né legittimazione, né “sanatoria” nel referendum consultivo indetto con l. cost. 3 aprile 1989, n. 2, il cui quesito testualmente recitava: “Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?”: è noto, peraltro, che il progetto di Costituzione, benché sottoscritto, non è stato invece ratificato da tutti gli Stati membri).


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