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FINANZA E POLITICA/ Lo "scivolone" di Draghi che riguarda l'Italia

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Le recentissime polemiche e la successiva “riconciliazione” tra il Presidente della Commissione europea e il nostro Presidente del consiglio dei Ministri, nel contesto, delineatosi all’indomani delle ultime elezioni per il Parlamento europeo, di segnali che lascerebbero presagire e forse - in quanto verbis res sequantur - intravvedere la volontà degli Stati membri dell’Ue di restituire l’azione e le scelte comunitarie agli obiettivi politici iscritti nei primi tre articoli del Trattato Ue, riporta il dibattito, con buona pace di chi si era affrettato a considerarlo un concetto ormai inattuale, al tema della sovranità e prima e innanzitutto al suo nucleo essenziale, quello cioè dell’originarietà dell’assetto e dell’organizzazione della nostra collettività nazionale, esposta, com’è noto, a un tour de force di incertissimo (e anzi, stando alle previsioni di autorevolissimi commentatori, improbabile) inseguimento dei parametri di bilancio e di indebitamento previsti sin dal Trattato di Maastricht, nell’interpretazione e applicazione che ne hanno fatto le istituzioni deputate al controllo, anche alla stregua di atti normativi applicativi di tali parametri, la cui continenza rispetto al perimetro delle norme sovraordinate, però, è stata di recente revocata in dubbio.

Volendolo ridurre a poche battute, il quesito che viene posto da più parti e con sempre maggiore insistenza riguarda la possibilità stessa dell’Italia, posta di fronte all’imperativo di ottemperare ai ridetti parametri mentre le condizioni dell’economia nazionale versano in condizioni particolarmente gravi, di conservare la propria individualità e la propria indipendenza: in altri termini, la propria sovranità, che, pure - vi si tornerà nel seguito - non dovrebbe essere stata e non dovrebbe essere compromessa o addirittura perduta in ragione dell’adesione dell’Italia all’Unione europea (in tal senso, oltre al fondamento giuridico della stipulazione e della ratifica dei Trattati - che non ha mai seguito forme che [dichiaratamente e legittimamente] preludessero all’abdicazione alla sovranità - depongono i disposti apicali del Trattato Ue, che presuppongono la conservazione della sovranità ai “popoli” e, pertanto, la garanzia della relativa strumentazione).

Das mag in der Theorie richtig sein, taugt aber nicht für die Praxis (Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica), per riprendere il titolo di un celebre scritto di Immanuel Kant: il dubbio è stato sollevato, addirittura in forma di affermazione attestativa, dal Governatore della Bce, il quale, in occasione di un recente convegno in memoria di Federico Caffè, oltre a confermare ancora una volta la funzione di supplenza assunta dalla Bce in carenza di un vertice dotato di poteri politici (a causa della caratterizzazione dell’Ue quale “organismo robottizato”, messa bene in luce da Giuseppe Guarino), ha testualmente dichiarato: “Ora, non si tratta di perdere sovranità nazionale. Quella i paesi con alto debito l’hanno persa. Ma si tratta di riacquistare sovranità nazionale non più soltanto nazionale, ma a un livello più alto, condividendola con gli altri. Quindi concludo con queste parole: la nostra esperienza mostra che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una fiducia duratura nel disegno del nostro viaggio comune europeo” (benché il testo dello speech di Mario Draghi, reperibile nel sito istituzionale della Bce, non contenga tale affermazione, essa è però presente nel discorso pronunciato, come può desumersi dalla videoripresa dello stesso, disponibile sul sito del quotidiano La Repubblica). L’accento, insistito, in questa, come in altre circostanze (non è infatti la prima volta che il Governatore vi si sofferma), cade sulla sovranità.


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