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RAPPORTO CENSIS/ Giare, talenti e selfie: così il motore dell'Italia si è "ingrippato"

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Giuseppe De Rita, presidente del Censis (Infophoto)  Giuseppe De Rita, presidente del Censis (Infophoto)

Sfogliando il 48° rapporto Censis, presentato ieri nella sede romana del Cnel, ci si imbatte in termini mutuati dall’economia e dalla finanza; non si tratta di una concessione al gergo dei quotidiani, affollato di spread e di quantitative easing, ma di un tentativo più ampio di descrivere la società nel suo complesso. Compaiono espressioni come “capitale inagito”, che si riferisce in prima battuta all’alto tasso di liquidità raggiunto quest’anno dalle famiglie e dalle imprese italiane, indice di un contante accumulato e immobilizzato per timore di un domani incerto; ma che passa poi a significare anche la dissipazione dei talenti nazionali che non si traducono in energia lavorativa - almeno otto milioni di individui che finiscono a ingrossare le file dei disoccupati, degli inattivi oppure dei lavoratori sottoinquadrati. Un fenomeno che non riguarda soltanto, come ci si aspetterebbe, i laureati in discipline umanistiche, spesso considerati meno immediatamente spendibili, ma anche ingegneri, economisti e statistici.

Naturale, a questo punto, che tra gli italiani sia meno diffusa che altrove l’opinione che per farsi strada nella vita siano necessarie buona istruzione, duro lavoro e intelligenza. Circa la prima, solo il 51% dei nostri compatrioti la cita tra i fattori critici di successo, contro l’82% della Germania; mentre il lavoro sodo è importante per il 43% degli italiani, contro il 74% degli inglesi. Per non parlare dell’intelligenza, che raccoglie solo il 7% dei consensi, il valore più basso di tutta l’Unione europea. Ancora, capitale inagito è per il Censis il nostro patrimonio culturale nazionale, che invece di produrre ricchezza e impiego si ferma a un valore significativamente inferiore rispetto ad altri paesi europei, e coinvolge solo poco più di trecentomila lavoratori.

Più che alle pagine economiche dei quotidiani, la mente torna alla parabola dei talenti, alla necessità di farli fruttare, di investirli liberandosi dalla paura che spingerebbe a nasconderli. De Rita ricorda che il frate francescano Bernardino da Feltre, ben prima di Marx e Weber, parla di capitale come “moneta movimentata”: la ricchezza è tale solo se circola, se si muove generando altro movimento, invece di essere reificata in un’accumulazione sterile. Questa circolazione oggi manca: la deflazione, altro termine familiare agli economisti, è ormai prossima a diventare una categoria dello spirito, uno stallo delle aspettative che paralizza il desiderio, vero motore della crescita in tutti i sensi.

L’intera società italiana è frammentata in “giare”, mondi chiusi in se stessi, non comunicanti, che “sobbollono” solo nel proprio circuito interno. Il Censis ne ha contati sette. Anzitutto, i poteri sopranazionali, come la finanza internazionale, che si manifesta ormai solo come minaccia, o le autorità comunitarie, lontane e ostili, che registrano il minimo storico di fiducia dei cittadini. 


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COMMENTI
07/12/2014 - De Rita (Ma BA)

Non è che a creare sfiducia degli italiani nel merito e nello studio come strumenti per farsi strada nella vita contribuisca anche il fatto di vedere la nomina a direttore del Censis Giorgio figlio del padre presidente Giuseppe?