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IL CASO/ Le leggi europee che ci hanno fatto "a pezzi"

Pubblicazione:lunedì 8 dicembre 2014

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Continuando la riflessione sulla sovranità di una nazione, a partire anche dalle recenti dichiarazioni di Mario Draghi, secondo cui “i paesi con alto debito l’hanno persa”, pare ora utile segnalare alcuni elementi riguardo le cause effettive dell’eccessivo indebitamento di alcuni stati.

L’attuale situazione sembra riprodurre quella che si aveva al momento dell’avvio dell’unificazione, allorché fu notato che qualora l’Italia non fosse riuscita a colmare il divario rispetto ai paesi più forti - e ciò mediante “grossi sacrifici” (tra i quali una sostanziosa riduzione dell’organizzazione pubblica: cfr. G. Guarino, Pubblico e privato nella economia. La sovranità tra Costituzione ed istituzioni comunitarie, in “1989” Rivista di Diritto Pubblico e Scienze Politiche, Napoli, 1991, pp. 11 ss.) - acquistando la capacità di concorrere a codeterminare il mercato comune, essa sarebbe stata destinata a subire una sorta di eterodirezione, che - possiamo aggiungere - avrebbe comportato un mutamento della causa degli atti di stipulazione dei Trattati, da conferimento di alcuni ambiti della sovranità (ma, si ripete, solo quoad exercitium) alla rinuncia a tale “bene costituzionale primario”.

Alla stregua del Trattato Ue, gli Stati membri restano titolari della funzione di politica economica (cfr. art. 120 ss. Tfue), dovendola “attuare” al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi di cui all’art. 3 Trattato Ue e sotto il presidio di una sorveglianza multilaterale, ritenuto necessario per la garanzia di coordinamento di tali politiche e di convergenza duratura dei risultati economici.

Introdotta la moneta unica, con la relativa, notoria, sottrazione agli Stati di poteri di governo dell’economia - in vista, nell’ottica dei Trattati, della graduale sostituzione dell’esercizio statale della sovranità nazionale con forme di esercizio unitario - questi (in un contesto che dovrebbe essere di costante cooperazione solidale tra le collettività) avrebbero potuto e dovuto utilizzare la (sola) leva dell’indebitamento per il perseguimento sia delle funzioni loro riservate, sia di quelle cosiddette di benessere e di crescita, indispensabili all’instaurazione e/o al mantenimento delle suddette condizioni di convergenza duratura - a loro volta necessarie con ogni evidenza, ai fini di una unificazione tra pari (arg., per quanto riguarda l’Italia, ex art. 11 Cost.) - contenendosi nei limiti tendenziali di cui all’art. 126 Tfue (ex art. 104 Trattato Ce) e fatti salvi casi eccezionali e temporanei (i quali, a mente dell’art. 122, co. 2, Tfue, possono essere presupposto di ausili finanziari dell’Unione agli Stati membri), ma tenendo conto “della specificità delle concrete condizioni dell’economia del proprio Paese” (G. Guarino, Cittadini europei e crisi dell’Euro, Napoli, 2014, p. 46): il superamento duraturo di tali limiti, pur a fronte di raccomandazioni del Consiglio, significativamente non può condurre alla “espulsione” dello Stato che se ne sia reso responsabile.

I criteri di cui all’art. 126 Tfue sono evidentemente tra loro coordinati: peraltro, in difetto degli altri strumenti, la capacità e il potere di indebitamento sono essenziali al fine di favorire, come si è detto, la crescita economica e, quindi, per ridurre il rapporto debito/Pil, condizione, questa, di primario rilievo per poter procedere all’unificazione politica in situazione, giuridica e fattuale, tale da preservare, a tutti i popoli europei, libertà e indipendenza. L’attenzione delle istituzioni di sorveglianza, tuttavia, è stata per lungo tempo concentrata sul rispetto del criterio dell’indebitamento e molto meno su quello del rapporto debito/Pil, conseguendone che i paesi più esposti sotto tale profilo (tra i quali l’Italia) hanno visto peggiorare la loro condizione.


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