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SPY FINANZA/ Italia, tre "strade" che portano a rivivere la crisi del 2011

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Ma al netto dei sempre più gli allarmanti dati macro che sembrano invocare a gran voce il Qe, c’è però chi non si fa abbindolare da certe pantomime, come ad esempio Bill Blain della Mint Partners, il quale ha dichiarato senza tanti giri di parole che «tutti i rendimenti della periferia dell’Ue sono impazziti, bisognerà vedere chi sopravviverà quando arriverà l’inverno. E l’inverno sta arrivando». E sapete perché? Per una ragione semplice semplice: c’è un chiaro segnale che ci grida in faccia l’ipotesi di un imminente schianto dei mercati. E non è un indicatore astruso come l’Hindemburg Omen, ma una discrepanza da primo anno di economia: prezzo dei titoli azionari alti e contemporaneo schianto dei rendimenti obbligazionari sovrani e del prezzo delle commodities. Un cortocircuito, visto che la valutazione alta delle equities è - o dovrebbe essere - indicativa di fiducia e ottimismo degli investitori, mentre rendimenti dei bond in calo e discesa dei prezzi delle materie prime ci segnalano l’esatto contrario, ovvero l’emergere di pressioni deflazionistiche e rallentamento dell’economia.

E non abbiamo a che fare con una mera anomalia, la ragione di questa discrepanza nella prezzatura degli assets è da ricercare tutta nell’extra liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali (Fed), denaro che cerca rendimento disperatamente, ma che vede quel rendimento sparire sempre più in fretta: pensiamo al debito spagnolo, due anni fa - quando prezzava un rischio default visto il salvataggio del sistema bancario - era un affare detenerlo, anche solo per il carry-trade rispetto al costo del denaro, ma oggi con lo yield del decennale sotto il 2%, il gioco vale ancora la candela? No, perché se si cerca rendimento, il mercato obbligazionario sovrano offre meramente un tasso reale di return (a meno che non vi piaccia il brivido e vi buttiate su bond ucraini, russi o venezuelani). Il super-ciclo delle commodities, poi, è finito, lasciando in eredità milioni di miliardi di dollari di debito, quindi con bond e materie prime che hanno terminato la loro corsa, restano i titoli e le proprietà gli asset di ultima istanza e anche con un possibile danno causato al mercato dal crollo del valore dei titoli legati a petrolio e minerari, il boom di farmaceutici e tecnologie potrebbe dar vita a un valido offsetting, senza calcolare i miliardi di titoli oggetti di buybacks azionari da parte delle multinazionali Usa, le quali per abbassare il flottante e tenere alto il prezzo, usano il denaro preso in prestito a tassi ridicoli per ricomprare loro titoli e non per investire in produzione.

Insomma, il mercato azionario sembra oggi quello del 2000 e del 2007, tanto che il mini-crash di ottobre, troppo sottostimato da molti analisti, potrebbe invece essere rivelatore di quanto ci attende. Insomma, tutti in modalità risk-on, tutti a comprare. Ma questa situazione è anche una meravigliosa occasione per qualcuno di sfruttare il momento, scaricare il debito della periferia Ue che detiene in portafoglio a prezzo interessante e osservare le macerie della prossima ondata di recessione dal quindicesimo piano di un grattacielo fumando un figurados: in gergo “pump&dump”, fai salire il prezzo (artificialmente o sulle aspettative) e scarica.

Due dati sono fondamentali per capire: primo, le detenzioni nel portafoglio delle banche tedesche di titoli di Stato della cosiddetta periferia dell’Ue da qui a febbraio e, secondo, l’attività della Borsa di Stoccarda, quella dove si trattano i titoli di Stato sovrani e che nel 2011 fu la vera dinamo che portò il nostro spread al record di 575 punti base. Già, perché a dispetto di tutte le bugie che i media hanno profuso a piene pagine in questo ultimo anno, la Germania e le sue banche sanno leggere i dati macro e sanno benissimo che un Paese con la disoccupazione al 12%, quella giovanile oltre il 40% e il debito pubblico in continua crescita non può avere uno spread da nazione virtuosa: o che, almeno, tra il 575 di Berlusconi e l’attuale 126 c’è una sola differenza, ovvero le promesse di Draghi di comprare, perché il Paese e la sua economia sono gli stessi. Se non peggio. E, infatti, il sistema bancario tedesco ha continuato ad alleggerire la sua esposizione al rischio di un default a Roma o di rottura dell’euro.


COMMENTI
08/12/2014 - Lenzuolate (Giuseppe Crippa)

Constato con piacere che le “lenzuolate” di Bottarelli siano nel tempo diventate molto più sopportabili (cioè leggibili): diciamo da cotone grezzo a lino… In attesa che diventino di seta ricordo che i rating delle altre agenzie (non esiste solo S&P) non sono tali da porci sull’orlo della catastrofe (leggi: vendita automatica dei nostri BTP da parte di numerose istituzioni). Salvo errori Moody’s ci classifica Baa2, Fitch BBB+ e la cinese Dagong BBB.