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IL CASO/ La sentenza tedesca che ha "cancellato" la parola "popolo" dall'Europa

Pubblicazione:sabato 1 febbraio 2014

Il Parlamento europeo (Infophoto) Il Parlamento europeo (Infophoto)

Quest’approccio è stato confermato dal commissario europeo Olli Rehn: «Abbiamo bisogno di più pressione sulle riforme strutturali perché ognuno si impegni». Ecco pronunciata la parola: più pressione. Persino gli alleati più solidi della Germania hanno inteso la gravità della cosa e si sono allarmati: «Ogni regola costrittiva deve rispettare i parlamenti», ha detto il cancelliere socialdemocratico austriaco, Werner Faymann. 

Mentre le parole del cancelliere austriaco stridono con il silenzio assenso dei capi dei governi del Sud Europa, Angela Merkel mostra di non aver alcuna illusione sull’esistenza di un fantomatico “popolo europeo”, come sognano i federalisti della “solidarietà” utopistica. Infatti, con la sua dichiarazione la Merkel non fa che adempiere al mandato della Corte Costituzionale di Karlsruhe che, con la sentenza del 30 giugno 2009, ha accettato il trattato di Lisbona ma sotto condizione dell’approvazione, da parte del Parlamento tedesco, di tutte le norme e direttive europee: ciò perché “the European Parliament is not a body of representation of a sovereign European people”. 

Questa sentenza non solo ha negato l’esistenza di un “popolo europeo”, ma stronca le fumisterie “federaliste” sovrannazionali. Ricordando il significato culturale della parola “popolo” in tedesco (Volk), che non è una comunità di destino, è più agevole comprendere perché la citata sentenza ha mantenuto alla Germania la sovranità nazionale - unica, visto che gli altri governi vi hanno più o meno rinunciato. Per la Corte, infatti, il potere dell’Ue è “derivato” e non nativo, primigenio come la sovranità del Volk. Ecco come la Germania riconosce la sovranità degli altri popoli (e dei loro governi) in Europa: legandoli a sé con “contratti” liberi (Sic!) e regole stringenti e severe.

La terza constatazione riguarda l’emergere di spinte alla rinazionalizzazione della politica che ha come corollario l’addio alla coesione europea e la nascita di alleanze opportunistiche e divergenti. Questo fenomeno non è nuovo nella storia europea. Tuttavia, se lo si immaginava sopito, esso si è risvegliato con crescente potenza dall’introduzione della moneta unica nel 2001. La pessima gestione della crisi finanziaria ed economico-sociale del 2008, seguita dalle citate misure emergenziali europee, ha fatto da detonatore. Il fenomeno di “rinazionalizzazione” non riguarda solo i paesi deboli dell’Europa, ma anche, e forse soprattutto, quelli virtuosi ed egemoni.

La magia dell’Europa consociativa, quella comunitaria dello “sviluppo armonioso”, sembra essere svanita. La domanda che tutti i governi si pongono è: conviene restare in quest’Unione europea?

 

(1- continua)



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COMMENTI
01/02/2014 - L'Europa (carlo de giuli)

Cosa spendiamo a fare i soldi per le prossime elezioni europee. L'Europa resta solo un continente geografico e nulla più.