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SPY FINANZA/ I grattacapi di Draghi e il rebus delle banche

Pubblicazione:sabato 1 febbraio 2014

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Il ventaglio di misure a disposizione di Francoforte resta ampio ma non troppo. Si va dal taglio del tasso di rifinanziamento principale allo 0,1% (dallo 0,25% attuale) all’acquisto di asset delle banche ma occorre essere onesti e sottolineare come i recenti tagli dei tassi di interesse non abbiano sortito gli effetti sperati e anche le due aste di rifinanziamento Ltro hanno solo tamponato una situazione di emergenza riportando la calma sui mercati finanziari ma creando il cosiddetto stigma, ovvero il circolo vizioso tra banche e titoli di Stato (tanto più che una banca come Unicredit deve ancora ridare 21 miliardi alla Bce, mentre Intesa ha ripagato l’intero ammontare ottenuto). Questa volta Francoforte deve necessariamente guardare alla crescita e cercherà di stimolare l’economia reale.

Le opzioni sul tavolo sono tre. La prima, acquisto diretto di portafogli di prestiti delle banche. Si tratterebbe di un quantitative easing all’europea, con la liquidità che potrebbe essere dirottata verso quelle banche che hanno la più alta concentrazione di prestiti in portafoglio, incentivando la riattivazione del credito. Seconda, un’asta Ltro sul modello Funding for Lending Scheme della Bank of England che prevede condizioni di favore, tassi di rifinanziamento più bassi, per le banche che prestano di più. Nemmeno a dirlo, i banchieri fanno notare come questa ipotesi nasconda l’insidia di un innalzamento del rischio di credito in capo a questi ultimi. Peccato che la Gran Bretagna è il Paese che cresce di più e dove la disoccupazione sta scendendo con velocità maggiore: certo, non hanno l’euro ma la crisi l’hanno avuta - e pesante - anche loro. Magari non è solo una coincidenza. Terza, la più improbabile perché la Germania innalzerebbe le barricate, acquisti di titoli di Stato dai portafogli delle banche, senza ovviamente aste di sterilizzazione successive, poiché altrimenti si tratterebbe unicamente di una partita di giro. Ovvero, un quantitative easing in piena regola.

Anche perché, non bastasse la debolezza in sé della cosiddetta ripresa nell’eurozona, ora Draghi si trova a dover fronteggiare altri due fronti di preoccupazione: quello dei mercati emergenti, con i fondi e i titoli di quei paesi che solo la scorsa settimana hanno vissuto un outflow di capitali per 9 miliardi di dollari e quello del “taper” della Fed, il quale oltre a esacerbare il primo problema, resta comunque un’incognita anche per i titoli sovrani della cosiddetta “periferia” dell’eurozona. Se, infatti, le condizioni di mercato dovessero mettersi in modalità “risk off” per il peggioramento delle condizioni globali, non dimenticando l’elefante nella stanza rappresentato dalla Cina, sarebbero i beni rifugio i primi a beneficiare della situazione, ovvero Treasuries Usa, Bund e oro a tutto discapito del debito del Sud Europa, che vedrebbe vanificato il benefico effetto carry-trade di differenziali alti ma non fuori controllo come nel 2011. E la brutta giornata borsistica vissuta ieri è più che un campanello d’allarme. Anche perché ieri non è stata soltanto giornata di dati macro, ma anche di decisioni.

Le banche che parteciperanno all’esercizio di stress dell’Eba dovranno infatti avere un Common equity Tier 1 minimo del 5,5%, che esprime il capitale di migliore qualità, per fronteggiare i rischi nel caso di uno scenario avverso di stress. Una soglia leggermente più bassa di quanto ipotizzato (6%), ma comunque più alta rispetto al precedente stress test del 2011 (5%). L’Autorità bancaria europea ha svelato ieri i primi dettagli dello stress test che si baserà sui bilanci 2013 con un orizzonte temporale teorico di tre anni: partirà a maggio e i risultati verranno pubblicati a ottobre. Alle 124 banche Ue, di cui 15 italiane verrà chiesto di avere un Common Equity Tier 1 dell’8% nello scenario di base. Poi verrà simulata una situazione avversa che metterà sotto pressione i rischi di credito, di mercato, i rischi legati ai titoli di Stato e cartolarizzazioni, ma anche il costo del funding.

I titoli di Stato in portafoglio, il capitolo che maggiormente interessa le banche italiane, dovranno essere valutati a prezzi di mercato (mark to market) solo se destinati al trading o alla vendita, quindi si dovrebbe riuscire a evitare la tagliola peggiore e garantire lo status risk-free di quella carta detenuta in quantità industriale. Per i titoli indicati come Afs (available for sale) c’è infatti sempre il criterio del mark to market, ma l’impatto sul capitale dipenderà dalle scelte fatte dalle autorità di vigilanza. Infine, per i titoli detenuti a scadenza la valutazione avverrà in base a modelli interni di ponderazione del rischio.


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