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BANKITALIA/ La Germania "svela" l'autogol del decreto

Pubblicazione:mercoledì 12 febbraio 2014

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Ma nel comunicato di Via Nazionale ci si spinge addirittura oltre, sostenendo che, mentre la legittimazione della titolarità privata del capitale di Bankitalia garantirebbe a essa autonomia e indipendenza, qualora si fosse data attuazione alla l. n. 262/2005 - che, come si ricorderà, imponeva il trasferimento delle quote ad enti pubblici - lo Stato avrebbe dovuto “indennizzare i partecipanti, i quali vantavano diritti legalmente protetti”, con grave esborso a carico dell’erario: l’asserzione è erronea, perché, come si è avuto modo di argomentatamente illustrare, dal 1936 e sino al 30 novembre 2013 (data di entrata in vigore del d.l. n. 133/2013) nessun soggetto privato poteva essere titolare delle partecipazioni in questione. Per parte sua, Ignazio Visco ha poi aggiunto che il modello prescelto è quello - si cita sempre dal Corsera del 4 febbraio scorso - “privatistico dell’azionariato ma non si tratta di una privatizzazione”.

Ora, oltre a prendere atto che, infine, anche l’Istituto centrale, per mezzo del suo vertice, ammette che si è fatto luogo a una privatizzazione, non può che stigmatizzarsi il verbiage dell’affermazione e della negazione: il capitale è in mano privata e per quanto la legge continui ad affermare che la Banca d’Italia è istituto di diritto pubblico, resta da spiegare cosa ciò significhi e, in particolare - esclusa, per ora, l’ipotesi di una nomopoietica che, come Caligola, voglia far senatori i cavalli - se ciò implichi che funzioni pubbliche di rilievo apicale (e, anzi, sovrano) siano ormai stabilmente confidate a soggetti privati.

Non bastano a escluderlo né la qualificazione normativa - che dev’essere letta alla luce (anche) dei disposti concernenti la proprietà del capitale e l’organizzazione dell’Istituto - né la formula, posta nell’incipit del comunicato di Via Nazionale, che la Banca centrale “era e resta un istituto di diritto pubblico, che svolge funzioni pubbliche su cui nessun soggetto privato mai ha potuto, né mai potrà, esercitare alcuna influenza. Su questo i Trattati europei e le norme italiane sono tassativi, lo erano in passato, lo rimangono oggi”: se i Trattati impongono la natura pubblica di Bankitalia, la l. n. 5/2014 vi si pone in contrasto, perché alla proprietà privata delle quote corrispondono poteri dei partecipanti tutt’altro che secondari, anche ove non direttamente riferiti all’esercizio delle funzioni affidate alla Banca centrale; mentre se è vero, com’è vero, che prima della legge citata il nostro ordinamento imponeva “tassativamente” che l’Istituto fosse pubblico, resta confermato che, per più di venti anni, esso è stato in mano a soggetti non legittimati.

Lo speech del Governatore e, in parallelo, il comunicato ribadiscono inoltre l’assunto che la rivalutazione del capitale non avrebbe comportato alcun costo a carico della collettività, che, però, è smentito da quanto entrambi affermano, che cioè le risorse a tal fine necessarie sono state tratte dalle riserve statutarie, le quali sono frutto - il punto era stato sottolineato dallo stesso Visco - di attività di diritto pubblico e, quindi, di pertinenza dominicale dello Stato.

Vi è stato quindi un sicuro depauperamento delle casse pubbliche: l’affermazione - che si legge nel comunicato - secondo cui la somma di capitale e riserve resta immutata è vera, ma non prova affatto quel che vorrebbe la Banca centrale, ossia la “gratuità” dell’operazione per lo Stato e per i contribuenti. Manca, infatti, un particolare, tuttavia essenziale a fini giuridici, cioè la considerazione della modificazione apportata all’imputazione giuridica sia del capitale, sia di una parte delle riserve!


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