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Economia e Finanza

BANKITALIA/ La Germania "svela" l'autogol del decreto

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Né miglior sorte tocca alla sintetica illustrazione, predisposta dagli uffici di Bankitalia, delle modalità con le quali è stato calcolato il presunto valore attuale del capitale. E non solo perché, quale che sia il metodo, resta il fatto (di essenziale rilievo in iure, come si è appena detto) che le riserve portate a capitale erano (e non sono più) dello Stato. Merita segnalare altresì che il criterio seguito è diversamente definito nel testo elaborato dalla commissione di esperti a suo tempo nominata dalla Banca d’Italia e in quello del comunicato diffuso qualche giorno fa: nel primo si legge che “il valore delle quote della Banca è stato determinato utilizzando un Dividend Discount Model (DDM) al fine di stimare il valore attuale netto del flusso dei dividendi futuri che saranno percepiti dai partecipanti in base all’attuale disciplina (quella cioè previgente, n.d.r.)”; nel secondo si dice, viceversa, che “il capitale della Banca viene rivalutato a 7,5 miliardi, secondo un criterio che tiene conto del flusso storico di dividendi pagati e della sua evoluzione nel tempo”. Sarebbe (stata) auspicabile maggior chiarezza, ma pare di comprendere che, in definitiva, si sia fatto luogo a una sorta di capitalizzazione dei dividendi che - in ipotesi, trattandosi, come espone la nota di Via Nazionale, di redditi per loro natura incerti (ma, pur non potendosi qui tornare sul punto, sono molti i dubbi, anche autorevolmente sollevati, circa l’effettiva natura giuridica di tali dividendi) - sarebbero spettati ai quotisti negli anni a venire: il meno che si possa dire è che, in tal guisa, è stato sottratto ogni elemento di alea a una fonte di reddito alla quale essa è viceversa consustanziale, con la conseguenza, peraltro, non solo di accrescere l’ammontare dei dividendi futuri (dato l’aumento della base sulla quale si effettua il calcolo percentuale), ma altresì di diminuire, corrispondentemente, le spettanze dello Stato, che ammontano al residuo di quanto distribuito ai quotisti.

A quest’ultimo proposito, l’argomentazione utilizzata nel comunicato sconfina nel paralogismo, lì dove, a pretesa smentita di tale paventata diminuzione dei proventi erariali, si sostiene che essa non si avrebbe, tra l’altro, perché è venuto meno, con la medesima riforma, l’obbligo di utilizzare ogni anno il rendimento delle riserve statutarie per incrementare le stesse: “Con il nuovo statuto questa alimentazione automatica delle riserve è stata eliminata, in modo da poter meglio commisurare l’entità delle riserve all’evoluzione dei rischi dell’Istituto. Ne potrà derivare un ampliamento dell’utile di esercizio che alimenterà la retrocessione allo Stato”. Ognun vede che tale asserzione non resiste alla prova del principio di non contraddizione, atteso che le riserve statutarie, stando alle rassicurazioni più volte fornite proprio da Bankitalia e soprattutto dal Governatore in sede di audizione parlamentare, comprendono i proventi dell’attività pubblica, esercitata dall’Istituto centrale in regime di monopolio, “il cui ultimo beneficiario - per usare le testuali parole di Ignazio Visco - non può essere che lo Stato”.

Quanto poi all’assenza, in capo ai partecipanti, di poteri di influenza sull’azione della Banca d’Italia - alla quale ha fatto riferimento il Governatore in sede di conferenza stampa - essa continua a essere predicata e nient’affatto dimostrata, mentre non sembra congruente né con le prerogative dominicali dei quotisti, né con i loro poteri attinenti ad aspetti essenziali dell’organizzazione e del funzionamento dell’Istituto, né, soprattutto, con lo scopo che si è detto di voler attingere con la riforma, consistente nella più alta garanzia di autonomia e di indipendenza della Banca centrale: obiettivo certamente raggiunto quando via Nazionale era in mano pubblica e per il quale sono disponibili utili modelli di altri paesi europei, ove la presenza, addirittura diretta, dello Stato nel capitale dell’ente di emissione (Francia, ad esempio, ma anche, sebbene con diversa articolazione, Belgio) non risulta abbia sollevato alcun problema, neppure per quanto concerne la rispondenza agli standard del Sebc.

Ultimo, ma non postremo, il cenno di Visco al patrimonio e alle riserve in oro. Il Governatore ha testualmente affermato che “l’oro è di proprietà della Banca d’Italia, non è degli azionisti ma del Paese, serve a sostenere le attività istituzionali - monetaria e di stabilità finanziaria - ed è custodito nei caveau di Via Nazionale, in Svizzera, nel Regno Unito e negli Usa”: per quanto si voglia apprezzare lo sforzo del vertice di Palazzo Koch di fornire rassicurazioni su un aspetto cruciale della vita nazionale - pur dopo l’eloquente rifiuto del Governo di far proprio un o.d.g. presentato alla Camera e volto proprio nel senso additato da Visco - balzano agli occhi le incongruenze dell’asserzione.