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IL CASO/ Il "nemico" delle banche centrali toglie lavoro (anche in Italia)

Le banche centrali, come testimonia il bollettino Bce di ieri, sono preoccupate da una nuova minaccia per il mercato del lavoro. L’analisi di UGO BERTONE ci aiuta a capire di cosa si tratta

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Nel giorno del duello rusticano attorno alla poltrona di palazzo Chigi, arriva dalla Bce un richiamo al problema dei problemi: “Una disoccupazione giovanile alta e persistente rappresenta oggi una delle principali sfide per i responsabili delle politiche europei alla luce dei cospicui costi che ne derivano sul piano sociale ed economico”, si legge sul Bollettino economico di Francoforte che fa riferimento non solo alla disoccupazione ma a un fenomeno ben più grave: l’inattività giovanile. Anzi, alla “non partecipazione giovanile”, un fenomeno drammatico anche se “non nuovo in alcuni paesi tipo l’Italia, l’Irlanda, Cipro e Grecia”.

Per far fronte a questo flagello che minaccia la democrazia, più che la crescita economica, occorrono  “misure aggiuntive, intensificando in particolare l’attuazione delle riforme strutturali”. Ma non solo.  La crisi ha profondamente modificato il mercato del lavoro a livello internazionale: l’irruzione sulla scena di nuovi concorrenti tra gli Emergenti; la competizione serrata tra Stati per attrarre lavoro; i drammatici cambiamenti della domanda, legati all’avanzata della tecnologia, hanno cambiato e cambieranno sempre di più il quadro che non s’annuncia roseo, a giudicare dalle preoccupazioni delle banche centrali, ormai l’antenna più sensibile al cambiamento della realtà sociale, vista l’impotenza della politica.

Alle preoccupazioni della Bce fa riscontro l’analisi della Federal Reserve fatta da Janet Yellen al Congresso: l’economia si riprende, seppur a un tasso moderato,  la disoccupazione all’apparenza scende ma non è il caso di cantar vittoria: troppi americani hanno rinunciato a cercar lavoro, come non accadeva dagli anni Trenta. A Londra, in parallelo, la Bank of England informa che la prossima  sfida non sta nelle statistiche sulla disoccupazione (comunque scesa al 7% contro il 12% dell’Ue), ma nella qualità dei posti di lavoro, dopo i sensibili peggioramenti registrati negli ultimi anni. 

Sarà una sfida difficilissima perché, a differenza di quel che accadeva fino a pochi anni fa, il progresso tecnologico fa sì aumentare la produttività, ma spesso a danno dei lavoratori. E l’investimento in tecnologia non sempre fa da traino a un miglioramento generale. Ecco qualche esempio tratto dalla lettura dei giornali americani in questi giorni.

A San Francisco, terra dell’hi-tech ma anche culla della controcultura americana, la città da settimane protesta con sit-in e blocchi stradali, contro i “techies”, cioè i dipendenti (35 mila in tutto) di Google, Facebook, Apple, Twitter e così via che ogni  mattina, su bus superlusso (dove si può lavorare lungo il tragitto), vanno al lavoro in Silicon Valley. La ragione della protesta, si legge nelle cronache, sono gli ingorghi sulle strade. Ma, in realtà, i non pochi milionari dell’hi-tech hanno fanno saltare l’equilibrio dei prezzi della vecchia Frisco, compresi i prezzi dei locali, senza contribuire al sostenimento della città.  Il comune, ansioso di attrarre dipendenti ad alto reddito, ha rinunciato a tassare Twitter abbonando all’azienda,  la cui offerta pubblica in Borsa ha creato più di mille milionari tra i dipendenti, la bellezza di 76 milioni di dollari.


COMMENTI
14/02/2014 - La Bce deve battere moneta o area euro è fritta (Carlo Cerofolini)

Per far ripartire l’economia e abbattere la disoccupazione, occorre immettere danaro nel sistema, cosa che può fare solo una banca centrale che possa battere moneta - come la Fed Usa e le banche centrali di Giappone, Regno Unito, ecc. - cosa che la Bce non può fare, quindi l’area euro è condannata ad andare in rovina, meno la Germania, per ora, che ha lucrato sanguisugandoci.