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FINANZA/ Da Berlino il "conto alla rovescia" per Renzi

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Angela Merkel (Infophoto)  Angela Merkel (Infophoto)

Si parla anche di grandi manager come Vittorio Colao (oggi capo di Vodafone) o Andrea Guerra che gestisce Luxottica, in pole position per l’Industria. Tutte persone eccellenti, nessuno di loro può essere considerato una scelta di transizione come Fabrizio Saccomanni. Ma oggi a dirigere l’economia ci vuole una figura diversa, che conosca bene la teoria e la prassi, ma che abbia anche uno spessore politico. Un ircocervo introvabile? Chissà.

Il ministro naturalmente deve avere un buon rapporto con Mario Draghi, perché è l’uomo che batte la moneta europea, ma anche perché è un italiano protagonista da almeno un quarto di secolo delle grandi scelte economiche. Però deve anche godere di tale autorevolezza e di tale stima da poter dire chiaramente a Draghi che l’Italia non ce la fa più. O la Bce allenta la camicia di Nesso, lasciando scivolare l’euro nei confronti del dollaro (una quotazione di 1,40 è mortale per tutta l’industria europea e gli stessi tedeschi stanno scoprendo i costi del loro mercantilismo da Ancien Régime) oppure anche all’Italia deve essere consentito di violare lo “stupido” (definizione di Romano Prodi) tabù del 3%. Se Berlino dice no all’una e all’altra scappatoia, allora il governo italiano vada per la propria strada, finanziando anche in deficit gli investimenti produttivi.

Siamo alle corde e dobbiamo uscire dall’angolo. Ripetere che si può fare rilanciando le riforme di struttura è una giaculatoria menzognera, non perché non bisogna fare le riforme a cominciare da quella del lavoro (lo abbiamo scritto fino alla noia su queste pagine), ma perché esse falliranno se non saranno sostenute da una crescita della domanda interna. Lo ha scritto e dimostrato il Fondo monetario internazionale. Renzi scarichi lo studio dal sito Imf e lo consegni all’ircocervo che occuperà la stanza di Quintino Sella.

Il nuovo governo deve immediatamente rilanciare la trattativa sul Fiscal compact, applicando l’ordine del giorno votato in parlamento che impegna a tener conto dei correttivi (la ricchezza non solo il reddito nazionale, il livello di risparmio o l’economia sommersa) grazie ai quali potrebbe scendere di parecchio la tassa per tornare nei prossimi vent’anni a un debito del 60%: Silvio Berlusconi stimava che potessero essere 15 miliardi l’anno invece dei 50 previsti. Forse prevaleva in lui ancora una volta l’ottimismo della volontà, ma in ogni caso sono risorse importanti.

Il timing è fondamentale. Renzi non può aspettare il solito giro di tavola europeo alla fine del quale ci si perde nelle vetuste banalità su rigore e sviluppo. Occorre mettere sul tavolo subito le sue carte: da un lato le riforme finora rinviate e dall’altro l’allentamento dei vincoli europei (via cambio o via politica fiscale).


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