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FINANZA E POLITICA/ La "banca" di sistema che può aiutare la ripresa dell'Italia

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Di recente, anche il Governatore della Banca d‘Italia ha auspicato una soluzione del genere spingendosi a invocare “interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo...[poiché questi interventi, nda] possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”. Nella mente del Governatore ci sono, verosimilmente, sia interventi pubblici (ove compatibili con gii impegni presi col Fiscal compact), sia interventi di cartolarizzazione, con creazione di titoli suscettibili di essere utilizzati come collaterali nelle operazioni di rifinanziamento presso la Bce.

Per la bad bank il guadagno è rappresentato dalla differenza fra ciò che incassa dopo la “cura” cui è sottoposto ciascun prestito e il prezzo pagato alla banca cedente: è lecito ipotizzare che il valore medio dei prestiti cedibili si aggiri oggi sul 40% del valore nominale. La banca che cede il prestito ravvisa la convenienza nella già richiamata liberazione di risorse per ulteriori impieghi, supponendo che abbia già spesato nel tempo, con opportuni accantonamenti, la perdita di valore subìta dai prestiti concessi e confluiti nelle partite deteriorate (i NPL ovvero incagli+ristrutturati+sofferenze).

Come abbiamo detto, oggi sia l’aumento delle partite deteriorate, sia la necessità di ripulire il proprio attivo in vista dell’esame della Bce in corso di svolgimento (AQR) stanno riproponendo il tema della bad bank. In verità, credo che quest’ultimo aspetto sia per noi meno rilevante rispetto ad altri paesi, poiché le nostre regole di classificazione delle partite deteriorate (volute dalla Vigilanza della Banca d’Italia) sono molto più rigorose che altrove e dunque tenderei a escludere sorprese.

Le nostre banche più grandi hanno già avviato la cessione di parte dei portafogli problematici a operatori specializzati (Unicredit) o stanno costituendo appositi veicoli per il trattamento delle partite deteriorate (Intesa), ovvero stanno progettando veicoli comuni per nuove operazioni di cartolarizzazione sui prestiti in bonis ristrutturati (Unicredit e Intesa); d’altronde, le dimensioni dei portafogli delle due banche in questione (si tratta di circa il 30% dei NPL complessivi) suggeriscono soluzioni mirate.

Per le altre banche si possono prospettare soluzioni prevalentemente private, anche estere e non di sistema, quali sono i “fondi” specializzati nei NPL: si calcola che il rendimento di queste operazioni potrebbe essere superiore a quello corrente sulle obbligazioni corporate. Da qui l’interesse ad acquisire i portafogli meno rischiosi che le banche dovessero via via decidere di cedere.


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