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Economia e Finanza

ALL'ECONOMIA/ Il "tecnico" che serve all'Italia (e a Renzi)

Per il Governo Renzi i rapporti con l’Europa saranno molto importanti e per cercare di agganciare la ripresa in Italia ci vorrà, spiega UGO BERTONE nella sua analisi, un tecnico

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

“Debito e crescita: esiste una soglia magica?”. La domanda è il titolo di un paper del Fondo monetario internazionale curato da tre giovani studiosi: Andrea Pescatori, ricercatore presso la Fed di Cleveland, Damiano Sandri, economista che lavora alla divisione Macro-finanza del Fmi, e il senior economist del Fondo, John Simon. La risposta degli autori è un perentorio no. L’analisi di un secolo di indicatori economici in 34 paesi permette di smantellare le tesi di Reinhart e Rogoff già messe in serio dubbio dalle osservazioni di metodo di due studenti della Amherst University. La tesi dei due autori di “Questa volta è diverso”, per cui i paesi che soffrono di un debito pubblico oltre la soglia del 90%o sul Pil sono destinati a crescere assai meno delle nazioni più virtuose non trova fondamento nelle esperienze passate. “Non abbiamo trovato - si legge nelle conclusioni - una soglia di indebitamento oltre la quale vengono compromesse in maniera significativa le prospettive di crescita di un Paese”.

Questo non sta a indicare che il debito pubblico non debba preoccupare. “Abbiamo scoperto - spiegano gli autori - che un debito più alto si associa a una maggior volatilità della crescita. E una crescita volatile può danneggiare il benessere collettivo”. Insomma, come abbiamo sperimentato sulla pelle in Italia nel 2011, l’alto debito alle spalle è una polveriera che minaccia di saltare quando piovono tutt’attorno frecce infuocate. Per questo la situazione va messa in sicurezza prima che provochi una catastrofe, ma non inibisce in sé la possibilità di crescere. L’esperienza storica ci insegna che “i paesi che soffrono di un alto debito pubblico ma in via di rientro possono raggiungere tassi di crescita dell’economia molto simili a quelli dei paesi meno indebitati” .

Esattamente l’opposto di quello cui può aspirare l’Italia, visti i dati congiunturali in arrivo oggi che confermano la sensazione che il ritorno del Pil in terreno positivo nel quarto trimestre (+0,1%) non consenta di stare allegri. L’Istat segnala che il fatturato dell’industria ha registrato un calo congiunturale dello 0,3% a dicembre 2013 (indice destagionalizzato) e un aumento del 2,6% tendenziale (indice grezzo); nella media 2013 il calo è stato del 3,8%. Assai più allarmante il calo del 4,9% degli ordinativi, che lascia presagire altri mesi difficili, soprattutto per il mercato interno: il fatturato domestico nel 2013 è sceso del 6,1% e gli ordini del 3,5%, mentre sul mercato estero il fatturato è salito dell’1,5% e gli ordini del 2%.

Insomma, se ci basiamo sulle teorie del paper Fmi, per cui non preoccupa tanto l’ammontare del debito pubblico quanto il trend dell’economia, siamo ben lontani dall’uscita dal tunnel. Lungi dal creare le premesse per abbassare il debito grazie alla crescita, l’Italia è schiava di un circolo vizioso: ogni sforzo per ridurre il rapporto debito/Pil è concentrato sul numeratore (ovvero la repressione della spesa) invece che sul denominatore (più crescita grazie a investimenti e/o consumi). Una situazione che minaccia di essere insostenibile a partire dal 2015, quando entrerà in vigore il Fiscal compact, se il peso dell’aggiustamento del rapporto debito/Pil, da ridurre dall’attuale 133% al 60% entro vent’anni coinciderà con una stagione di deflazione.


COMMENTI
21/02/2014 - Cosa fare? Il Regno Unito indica la via (Carlo Cerofolini)

Per non andare in rovina occorre ridurre fortemente la spesa pubblica (800 miliardi anno), per fare questo ad esempio si potrebbe incominciare a fare ciò che ha fatto il Regno Unito, ovvero licenziare rapidamente mezzo milione di pubblici dipendenti cosa che lì, oltre ad aver dato fiato all’economia, ha pure fatto diminuire significativamente la disoccupazione complessiva. Questo però si è inserito in un contesto in cui il fisco – specie con le imprese – è molto ma molto meno rapace di quello italiano, dove la giustizia è rapida ed efficiente, la burocrazia è amica del cittadino e di chi intraprende e, ultimo ma non ultimo, l’UK non ha l’euro ed ha una Banca Centrale, che a differenza della Bce, può battere moneta. Ciò detto quindi fino a che anche in Italia non ci sarà questo combinato disposto e propedeuticamente nell’Ue non ci sarà una Bce che possa essere prestatore di ultima istanza, non si potrà mai uscire dal cul de sac in cui ci siamo messi, a meno di non uscire dall’euro stesso e riacquistare potestà monetaria, che in definitiva potrebbe essere il male minore ed a rimetterci sarebbe soprattutto la Germania, che lo sa. Però per fare quanto indicato sopra non siamo attrezzati, a meno che i nostri politici non vengano miracolati andando in pellegrinaggio a Lourdes.