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Economia e Finanza

GEO-FINANZA/ Italia, la "carta americana" per cambiare l'Ue

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Un piano comune europeo di immigrazione programmata, cioè sulla gestione controllata dell’immigrazione e della concessione della cittadinanza - non la chiusura dei confini - sarebbe stato il mezzo migliore per sostenere la crescita della popolazione, elemento vitale per lo sviluppo economico. Nulla si è fatto. Intanto, i tragici esempi dei migranti morti nel Mediterraneo sono l’emblema dell’incoerenza e dell’impotenza europea. Un piano europeo di investimenti pubblici nelle infrastrutture, nell’innovazione e nella creazione di posti di lavoro - e non il protezionismo - sarebbero state le scelte giuste per sostenere la competitività europea. Si è fatto poco e male.

Forse ha ragione l’ormai ex ministro italiano dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che con amarezza ha dichiarato che “una vittoria dei movimenti nazionalisti alle prossime elezioni europee potrebbe essere uno shock salutare per l’Europa”. Ormai sarà solo un miracolo che potrà invertire il sentimento anti-europeista delle opinioni pubbliche europee. Tuttavia, incombe la responsabilità su tutti i dirigenti pubblici europei e nazionali per evitare il peggio che, senza agire subito, verrà inesorabile.

L’Europa è confrontata a delle scelte urgenti. La prima fra tutte è trovare una soluzione accettabile per ricomporre la frattura geopolitica europea che è stata appena malcelata dietro il presunto successo dell’accordo sull’Unione bancaria. Il consolidamento dell’Unione europea secondo le regole egemoniche continentali, sostenute dalla Germania, è entrato in collisione con gli interessi atlantici, sostenuti dagli Usa e dal Regno Unito. La Francia e l’Italia da sole non hanno sufficiente peso specifico per orientare la scelta in un senso o nell’altro. Infatti, mentre la Francia tenta di ridurre il proprio declino di potenza proponendo il rilancio dell’asse franco-tedesco in chiave energetica e industriale, l’Italia userà il suo semestre di presidenza di turno dell’Ue per promuovere una mediazione. Resta il fatto che sia in Francia sia in Italia il gradimento dell’establishment da parte delle opinioni pubbliche è ai minimi storici, e che in entrambi i paesi si respira un’aria da tempi pre-rivoluzionari. Infine, il resto del “fronte Med” - Spagna, Grecia e Portogallo - è ormai soggiogato alla soluzione egemonica continentale.

A questa situazione si aggiunge il negoziato in corso tra Usa e Ue per arrivare a breve alla firma dell’accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP). Quest’accordo potrebbe risolvere la frattura geopolitica europea, stemperandola in un quadro di riferimento più ampio e vantaggioso per tutti i membri dell’Ue. Non è una riedizione del piano Marshall, ma è comunque un’offerta di traino fuori dalle secche della crisi. Vale per gli americani, ma soprattutto per gli europei. Infatti, l’Amministrazione Obama non fa mistero del bisogno di avere un partner europeo unito, coeso e riformato. L’obiettivo del TTIP è di costruire un unico mercato transatlantico - zona di libero scambio - che permetta di consolidare gli asset occidentali nei negoziati commerciali e valutari mondiali.