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GEO-FINANZA/ Italia, la "carta americana" per cambiare l'Ue

L’Unione europea appare malconcia e proiettata verso la disgregazione. La possibilità di cambiare la situazione esiste, grazie anche agli Usa. Ce ne parla PAOLO RAFFONE

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Il miglior antidoto contro lo stato attuale dell’Unione europea è una forma di populismo progressista, che si rivolga al malcontento diffuso per incanalarlo verso propositi costruttivi. Perché questo sia possibile è necessario che le scelte di politica economica e monetaria europee, invece di cedere terreno a favore dei più radicali, rinforzino e proteggano i moderati della classe media. Senza i moderati non sarà possibile promuovere una forma di populismo che sostenga un’agenda programmatica e progressista. D’altra parte, la maggioranza assoluta degli elettori europei è costituita da moderati e centristi che vogliono risultati positivi e stabili.

L’argomento a sostegno di un populismo progressista è piuttosto semplice: in un’Europa e in un mondo interdipendenti la cooperazione multilaterale, l’intervento statale a favore della crescita e l’immigrazione programmata sono fattori vitali per il successo economico. In pratica si ribalta l’adagio per cui un buon sistema politico fa emergere delle buone politiche: sono le buone politiche che possono aiutare a migliorare il sistema politico.

Tra il 1957 e il 1997 il metodo comunitario era riuscito a garantire uno sviluppo sufficientemente armonioso della cooperazione multilaterale europea. A esso, come abbiamo visto, è stato affiancato, se non sovrapposto, un metodo inter-governativo di omologazione e consolidamento egemonico. La grande difficoltà attuale è come evitare che i vantaggi costruiti dal primo siano annientati dal secondo. I progressisti europei, invece di lasciare che i populisti di destra continuino la loro opera di lento smantellamento dell’Ue, che prefigura un’Europa frammentata, chiusa in se stessa e quindi votata all’irrilevanza geopolitica nel sistema mondiale, dovrebbero mobilitare l’opinione pubblica a sostegno di un’unione più forte e coesa.

Purtroppo, presi dall’emergenza economica e finanziaria, i leader europei non hanno avuto la capacità e la volontà di correggere il sistema europeo prima delle elezioni europee del maggio 2014. Eppure, pur non volendo affrontare l’intera revisione dei Trattati, che sarebbe stata la soluzione migliore, essi avrebbero potuto abbastanza facilmente dare un segnale importante con la sola riforma del sistema elettorale europeo in modo da rafforzare il peso del centro politico moderato. Ad esempio, la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali europee sarebbe potuta venire da una commissione indipendente dagli Stati membri e dai loro parlamenti. Inoltre, le istituzioni comunitarie avrebbero potuto trarre vantaggio dall’uso ormai diffuso delle nuove tecnologie collegate a Internet per lanciare vaste consultazioni popolari, dei “referendum telematici” per stimolare l’associazionismo locale per l’Europa, e giocare un ruolo essenziale per rendere i governi nazionali più responsabili e sensibili verso i cittadini e le loro esigenze. Così non è stato.