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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Italia, il "gioco d'azzardo" che piace agli speculatori

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E l’Italia? Al netto dell’entusiasmo per il nuovo governo e per la scelta di trasformare la Cassa depositi e prestiti nella nuova Iri, la disoccupazione al 12,3%, le sofferenze bancarie allo stesso livello e i dati macro dell’economia impantanati in una stagnazione senza fine potranno ancora per molto essere ignorati, a fronte di un Ftse Mib con un open interest da mercato del toro? Sono solo domande le mie, ma rendiamoci conto che la fotografia regalataci dal Russell Index parla unicamente un linguaggio: quello della speculazione da rendimento, nessuno è in giostra perché crede davvero nei fondamentali dell’Europa periferica, sfrutta unicamente l’onda e la barriera garantita dalla Bce. La quale la prossima settimana con ogni probabilità annuncerà l’acquisto di titoli di Stato senza più aste di sterilizzazione, ma per quale ammontare? E in base a qual meccanismo: il Smp di fatto non più inesistente o l’Omt non ancora nato e già ucciso in culla da Corte costituzionale tedesca? Attenzione, perché anche i grandi player a volte sbagliano e prendono cantonate che costano miliardi per troppa avidità.

È il caso di Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, abbandonato poche settimane fa dal suo amministratore delegato Mohamen El-Erian. Il Wall Street Journal l’altro giorno ci ha spiegato il perché o, almeno, ha raccontato un episodio dello scorso giugno - nel corso della sell-off obbligazionaria - che darebbe un senso a quell’addio. È un dialogo tra il numero uno, Bill Gross, e appunto Mohamed El-Erian: «Ho un record di 41 anni di eccellenti investimenti, tu cos’hai?», chiede Gross al socio. Il quale risponde: 1Sono stufo di pulire la tua merda». A cosa si riferiva? Investimenti sbagliati? Bilanci imbellettati? Chi lo sa, certamente anche i grandi player prendono cantonate. E sbattono la porta. Auguro a chi sta investendo sull’Europa periferica ogni fortuna, ma attenzione che i mercati, alla fine, chiedono sempre il conto alla realtà. E stiamo vivendo in un mondo che è una pentola a pressione.

Lo conferma il dato reso noto ieri da Standard&Poor’s, a detta della quale il settore non finanziario cinese siede su un debito di prestiti e obbligazioni di circa 12 triliardi di dollari, facendo data al 31 dicembre scorso, circa il 120% del Pil cinese. Una crescita senza precedenti, visto che stando alla lista compilata da Thomson Reuters su 945 aziende non finanziarie medie e piccole quotate, il loro debito è salito da 1,82 triliardi di yuan (298,2 miliardi di dollari) del dicembre 2008 a 4,74 miliardi di yuan (777,3 miliardi di dollari) del settembre 2013. Basta il classico granello di sabbia e tutto il meccanismo potrebbe grippare. Rapidamente anche. 

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