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FINANZA/ Btp, la "brutta sorpresa" nel calo record dell'Italia

Pubblicazione:venerdì 28 febbraio 2014 - Ultimo aggiornamento:venerdì 28 febbraio 2014, 11.37

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Mario Draghi, Presidente della Bce, e Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank, sono da tempo abituati a comportarsi da cordiali nemici. E non intendono certo venir meno alla tradizionale inimicizia in questa primavera così ricca di dossier “caldi” sotto l’apparente bonaccia dei mercati finanziari. Da questo punto di vista, infatti, tutto stava andando bene. Forse troppo. La ripresa dei prezzi degli assets non si trasmette per ora ai numeri dell’economia reale. E questa difficoltà a rimettere in moto la macchina degli investimenti e dell’occupazione è l’ultima occasione di dissidio tra i due banchieri.

Mario Draghi, che nel 2012 ha vinto la guerra del salvataggio dell’euro con un intervento coraggioso e il varo del programma Omt, oggi affronta un’altra sfida: reimmettere liquidità nell’economia del Vecchio Continente sconfiggendo il demone della deflazione. Weidmann, che ha osteggiato senza pentirsi la politica di herr Draghi (“gli aiuti hanno solo rallentato la strada delle riforme in alcuni Paesi”, ha dichiarato di recente), fino a citare la Bce davanti alla Corte federale di Karlsruhe, ha già fatto sapere che voterà contro l’introduzione di eventuali “strumenti straordinari” per accelerare la ripresa dell’inflazione.

Per ora il duello è attutito dall’euforia per la ripresa d’appeal finanziario dell’area euro. Nell’Europa mediterranea affluiscono i fondi dei grandi gestori internazionali, in fuga dagli Emergenti. Le valutazioni delle Borse o dei mercati immobiliari restano, nonostante la crescita degli ultimi mesi, assai più convenienti degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, ormai in pieno boom. Intanto, nelle stanze del Tesoro, ove non più tardi di 18 mesi fa ogni appuntamento con i mercati era vissuto con lo spirito del combattente in trincea, ci sono buoni motivi per festeggiare. Le aste di fine mese hanno registrato un successo strepitoso, culminato con il collocamento di 3 miliardi (l’offerta massima prevista) di Btp a cinque anni, oltre a 4 miliardi del nuovo Btp decennale (settembre 2024), a rendimenti calanti: il Btp a 5 anni è sceso al 2,14%, minimo record, e quello del nuovo decennale è risultato pari al 3,42%, minimo dal 2005. Risultati simili si festeggiano, da tempo, al ministero dell’Economia spagnolo. E continua la discesa dei rendimenti dei titoli irlandesi e perfino della Grecia. Una bella boccata d’ossigeno per un Paese come il nostro, con un debito pubblico di poco inferiore al 134% del Pil. I minori interessi, infatti, permettono di ridurre di almeno di 4 miliardi gli interessi sul debito, a tutto vantaggio delle riforme strutturali.

In questo bollettino di vittoria rischia di passare in secondo piano il dato tedesco. Scendono anche i titoli della Repubblica Federale. Gli indicizzati a 5 anni scivolano a quota 0,78% contro lo 0,91% di metà gennaio. Una discesa che trova spiegazione nell’andamento dell’inflazione tedesca: solo l’1% a febbraio, addirittura in discesa rispetto all’1,2% di gennaio. Troppo poco per tranquillizzare Draghi, reso inquieto dall’ennesimo sbilancio in seno all’eurozona. In un’Unione monetaria efficiente, il compito di riequilibrare la forbice di competitività tra i paesi, in assenza della leva del cambio, viene sostituito dalla velocità relativa di prezzi e salari.


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