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Economia e Finanza

FIAT-CHRYSLER/ La battaglia aperta dopo l'addio all'Italia

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A questo punto, visto che il Presidente della commissione Industria del Senato è l’unica voce ufficiale della politica che fa dichiarazioni di rilievo minacciando addirittura una battaglia fiscale con la exit tax, ci piacerebbe avere risposte a queste domande:

In Italia si vuole crescere produzione e occupazione o si vuole “vessare” Fiat-Chrysler e l’impresa più in generale (oltre che la famiglia)?

Visto che “per fare politica industriale bisogna mettere sul tavolo denari e risorse professionali”, perché non lo facciamo? La scusa del debito pubblico non regge.

è prioritario salvare e rilanciare l’industria, naturalmente con qualche sforzo, o lasciarla morire perché ciò è costoso?

Considerando che l’Italia ha il più alto tasso di lavoro sommerso d’Europa, che si aggira intorno al 20% del Pil (!), perché non lavorare per farlo emergere?

Molti dei lavoratori immigrati in Italia investono nei loro paesi i loro capitali e risparmi guadagnati nel nostro Paese: Mucchetti ha in mente una exit tax anche per loro?

In sintesi, è davvero sconcertante che, oltre a perdere pezzi così importanti del sistema economico, non ci sia nessun segnale che dia la sensazione di una volontà di intervenire per evitare il peggio e fermare questa emorragia in seno all’impresa italiana.

Il giorno prima del cda di Fiat-Chrysler (29 gennaio), Marchionne ed Elkann hanno incontrato Enrico Letta: il capo del governo, a cui pare abbiano ribadito l’intenzione di non dismettere gli stabilimenti comunque di gran lunga sotto-occupati, potrebbe avere fatto loro qualche promessa circa politiche per l’export. È chiaro che oltre alla produzione bisogna rilanciare anche la vendita: Enrico Letta lo sa, e Mucchetti?

 

In collaborazione con www.think-in.it

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COMMENTI
03/02/2014 - Non c'è nessuna battaglia (Antonio Ferri)

Qui non si tratta del trasferimento di un po di burocrazia ma di rilevanti minori introiti fiscali che per un paese come l'Italia non è cosa da poco(la tassa sugli utili fatti all'estero saranno pagati in Inghilterra, qui rimarrà solo un po di Irap, finchè ci sarà, dato che le società italiane del gruppo sono in perdità e casomai una multinazionale sà come mandarle a imponibile zero con la leva dei management fees). Nella Holding finiranno anche tutti i brevetti frutto dell'attività di ricerca spesso finanziata con soldi pubblici e che hanno in larga parte permesso il controllo di Chrysler. Politici e sindacati sono concordi nel dichiarare che quel che interessa sono i posti di lavoro, (adesso però sono solo molta cassa integrazione in deroga), io credo che bisognerebbe invece salvaguardare la produzione di ricchezza di cui i posti di lavoro sono una parte altrimenti l'Italia sarà come Polonia, Serbia, ecc. Ci sono poi i posti di lavoro della dirigenza e altro personale qualificato con relativi ricchi stipendi e tasse che saranno trasferiti a Londra, agli inglesi questo non fà schifo ma agli italiani invece si. Fassino ha definito vedove coloro che lamentano queste cose ma si accorgerà come sarà ridotta la sua Torino quando quello che di Fiat è rimasto non ci sarà più. Il 29 gennaio è solo una tappa, forse la decisiva, lungo il percorso di totale uscita dall'Italia, Marchionne sa benissimo come spennare la gallina senza farla strillare, una penna alla volta ed è fatta.