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FIAT-CHRYSLER/ La battaglia aperta dopo l'addio all'Italia

Pubblicazione:lunedì 3 febbraio 2014

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Nel silenzio sempre più assordante che accompagna il crescente distacco di Fiat dall’Italia, risuonano in modo quasi impercettibile le parole piuttosto blande di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate - “non posso impedire a Fiat di fare delle scelte societarie che sono economicamente convenienti per loro” - e del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni - “nulla di irregolare, siamo convinti che hanno fatto tutto nel rispetto delle leggi vigenti”. Anche da Enrico Letta solo un commento piuttosto conciso: “Contano posti di lavoro e competitività”. Cosa peraltro piuttosto vera.

Ma… la più importante industria italiana se ne va all’estero e tutto ciò che si dice sono queste parole così scontate? Ci ha pensato Massimo Mucchetti, Presidente della commissione Industria del Senato, a mettere un po’ di carne al fuoco, con qualche dichiarazione che quantomeno merita attenzione, perché è chiaro che le parole di Enrico Letta, Saccomanni e Befera sono del tutto superflue, di pura circostanza. In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, Mucchetti dice almeno tre cose che val la pena di considerare: in primis, la produttività delle fabbriche italiane sarebbe bassa a causa della “mancanza di modelli esportabili ad alto valore aggiunto”. Il secondo passaggio merita di essere citato per intero: “La Fiat se ne può andare, ma se toglie milioni di euro di gettito al fisco italiano, Governo e Parlamento possono chiedere indietro il dovuto con una exit tax”. Si tratta della tassa che riguarda il trasferimento di base imponibile all’estero. Non contento, Mucchetti aggiunge anche che “dovremmo magari ripensarne l’aliquota”.

Le parole di Mucchetti esprimono benissimo il problema principale del caso Fiat, del caso Bridgestone e, ora, del caso Electrolux, e di migliaia di altre aziende italiane: ciò che oggi sta esplodendo non è la follia degli imprenditori improvvisamente colti da esterofilia, quanto la cronica inerzia e incapacità della classe dirigente italiana di promuovere adeguate politiche di sviluppo economico che rispondano alle esigenze che l’impresa vive nel quotidiano. Lo abbiamo visto nell’articolo precedente, i problemi della scarsa competitività del sistema, dell’efficienza del lavoro (più che del costo), del cuneo fiscale tra i più alti dell’area Ocse, e del costo dell’energia tra i più alti d’Europa, costituiscono zavorre non solo per lo sviluppo economico, ma per la stessa sopravvivenza delle imprese che, a quel punto, investono soprattutto nei mercati dell’est Europa, dove effettivamente i differenziali di costo sono molto alti.

Per quanto riguarda la mancanza di modelli esportabili ad alto valore aggiunto, Mucchetti dice una cosa in parte vera. Ma i veri motivi del crollo della produzione dell’auto in questo Paese sono altri: forse Mucchetti farebbe bene a leggere ciò che Ugo Arrigo ha scritto in merito su queste pagine.


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COMMENTI
03/02/2014 - Non c'è nessuna battaglia (Antonio Ferri)

Qui non si tratta del trasferimento di un po di burocrazia ma di rilevanti minori introiti fiscali che per un paese come l'Italia non è cosa da poco(la tassa sugli utili fatti all'estero saranno pagati in Inghilterra, qui rimarrà solo un po di Irap, finchè ci sarà, dato che le società italiane del gruppo sono in perdità e casomai una multinazionale sà come mandarle a imponibile zero con la leva dei management fees). Nella Holding finiranno anche tutti i brevetti frutto dell'attività di ricerca spesso finanziata con soldi pubblici e che hanno in larga parte permesso il controllo di Chrysler. Politici e sindacati sono concordi nel dichiarare che quel che interessa sono i posti di lavoro, (adesso però sono solo molta cassa integrazione in deroga), io credo che bisognerebbe invece salvaguardare la produzione di ricchezza di cui i posti di lavoro sono una parte altrimenti l'Italia sarà come Polonia, Serbia, ecc. Ci sono poi i posti di lavoro della dirigenza e altro personale qualificato con relativi ricchi stipendi e tasse che saranno trasferiti a Londra, agli inglesi questo non fà schifo ma agli italiani invece si. Fassino ha definito vedove coloro che lamentano queste cose ma si accorgerà come sarà ridotta la sua Torino quando quello che di Fiat è rimasto non ci sarà più. Il 29 gennaio è solo una tappa, forse la decisiva, lungo il percorso di totale uscita dall'Italia, Marchionne sa benissimo come spennare la gallina senza farla strillare, una penna alla volta ed è fatta.