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IL CASO/ Usciamo dall'euro, lo "dice" la nostra Costituzione

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Nei fatti è avvenuto esattamente il contrario. Nella struttura capitalistica il progresso tecnologico si è avuto con l’intervento dello Stato. Prima ancora del Trattato di Maastricht ci furono governi, come quello degli Usa, che adottarono queste teorie della nuova macroeconomia classica e che registrarono una continua diminuzione della crescita. L’idea che veniva affermata era che la deflazione o il contenimento dell’inflazione passava necessariamente dalla rinuncia del modello fordiano, cioè dalla diminuzione del reddito disponibile dei lavoratori che si trasformano in consumatori indebitati, che non hanno i mezzi sufficienti per sostenere il livello dei consumi. Questo non fa altro che riportare l’economia alla sua instabilità ciclica, del tutto coincidente a quella anteriore al 1929. Il nostro problema oggi è questo.

 

Quale problema?

La nostra incapacità di comprendere che esiste un punto di equilibrio, una sintesi che solo lo Stato può garantire e che ci consente di stabilizzare il ciclo. Non si può dire che il ciclo economico va male solo quando c’è la rigidità del mercato del lavoro: è una cosa che non corrisponde alla realtà, visto che le cose vanno male e sono andate male ovunque. Non solo, in questo modo ci esponiamo a crisi economiche paurose che travolgono le società. Ancora peggio, perché i governi sono allineati a questa idea e quindi acuiscono la crisi, privandosi in partenza dei mezzi di intervento anticiclico previsti dalle costituzioni.

 

Che ruolo dovrebbe avere lo Stato?

Oggi abbiamo demonizzato il welfare. Ma esso non è soltanto un sistema che attribuisce privilegi a persone pigre che non vogliono sottoporsi all’incertezza del vivere. Il welfare è un sistema intero che consente di far fronte agli squilibri nella distribuzione del reddito e quindi di mantenere quella equità sociale diffusa che oltretutto sostiene la domanda. Il welfare è intrinsecamente collegato al sostegno della domanda e alla possibilità di modulare l’intervento dello Stato al sostegno della domanda stessa. Questo non vuol dire che occorra sempre e comunque fare politiche di allentamento della spesa pubblica: dipende dal ciclo economico, dal livello degli investimenti, da quello della produzione, ecc. Ma quando si tratta di una caduta della domanda così drammatica il riequilibrio non può certo passare per l’austerità. È un suicidio senza via d’uscita.

 

A cosa stanno rinunciando gli italiani in questo momento?

Stanno perdendo la democrazia. Innanzitutto perché le nostre politiche sono incentrate sull’euro: non abbiamo più una politica monetaria e non abbiamo più una politica fiscale. Quindi non abbiamo più una politica economica in senso stretto. La stessa politica industriale è esclusa da una serie di clausole previste dai trattati, quelle che vietano ad esempio gli interventi di Stato o i monopoli di Stato. È un quadro di principi che costituisce un modello unico e unilaterale. La democrazia la perdiamo perché non abbiamo la possibilità di fare una scelta politica: non c’è una maggioranza politica o un’altra che possa mutare queste politiche perché sono tutte incatenate dagli stessi vincoli. Vincoli che escludono che il capitalismo senza intervento dello Stato giunga a crisi cicliche e che tutti gli aggiustamenti debbano passare esclusivamente sul costo del lavoro. E l’euro è uno strumento di cristallizzazione, di potenziamento di questa impostazione.

 

Cosa suggerisce: dobbiamo abbandonare l’euro?

In base a una visione, chiamiamola, costituzionale, cioè che indica quelli che sono i principi fondamentali e inderogabili, non mutabili neanche in sede di revisione della Costituzione e in base all’osservazione dei dati economici che si registravano nei paesi quando non adottavano queste politiche, la risposta non può che essere sì.

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COMMENTI
03/02/2014 - europa (luisella martin)

Al liceo facevamo i temi sulla futura Europa, noi "Quelli che...". Nessuno di noi giovani di allora avremmo mai pensato ad una Europa che, invece di aiutare gli stati componenti, punisce, sgrida, fa l'elemosina, ride in faccia a quelli in difficoltà. Abbiamo sottovalutato la nostra intelligenza, le nostre risorse, forse ci siamo fidati ingenuamente dei più forti. La strada imboccata é sbagliata, continuare a percorrerla sarebbe disastroso. Da tempo gli esperti di diverse parti politiche ci suggeriscono di uscire dall'euro. Rimaniamo in Europa, ma rinunciamo all'euro (che ci é stato imposto senza un referendum)come ha fatto l'Inghilterra.

 
03/02/2014 - Via da euro e riappropriamoci di Bankitalia (Carlo Cerofolini)

Giusto uscire dall’euro (UK docet) e ritornare alla vecchia lira, però solo le prossime elezioni europee potrebbero dare il la, dopodiché sicuramente i partiti seguirebbero. Inoltre se si vuol tornare alla lira va annullata la sciagurata legge, fatta giorni fa, relativa a Bankitalia, che di fatto non ci rende più - come Nazione - "proprietari" dell'istituto di emissione.