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SPY FINANZA/ Le "magagne" che spingono Draghi all'azione

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Lo scopriremo oggi. Nell’attesa, però, vi dico io perché la Bce avrebbe motivo di intervenire. E anche in fretta. Da giorni, ormai, vi parlo della crisi dei mercati emergenti e ammetto che possa sembrare un argomento lontano, privo di quell’interesse di prima mano che invece hanno le questioni legate alla vecchia Europa. Così non è: sapete chi rischia di più la ghirba se la crisi dei mercati emergenti si avvita a spirale? Sei banche europee. Già, perché negli anni dal 2008 a oggi, gli istituti di credito europei hanno fornito prestiti in eccesso ai mercati emergenti per 3 triliardi di dollari, più di quattro volte la cifre messa a disposizione dalle banche statunitensi. E sapete, storicamente, a quanto è il tasso di sofferenze bancarie nella media dei mercati emergenti? Al 40%. Storicamente, pensate con una crisi che dovesse andare fuori controllo. E chi rischia di più? Ecco i nomi: la spagnola Bbva, l’austriaca e già salvata dai subprime Erste Bank, l’inglese Hsbc, la spagnola Santander, l’inglese Standard Chartered e l’italo-tedesca Unicredit. E attenzione, una delle prime cose che può innescare default sui prestiti è l’aumento eccessivo dei tassi di interesse, fatto che sta accadendo in tutti gli emergenti, tranne la Russia. E come l’Argentina del 2002 ci insegna, a uno shock valutario segue quasi sempre uno shock creditizio.

C’è poi il mercato del reddito fisso di quei paesi, che fino a oggi ha garantito enormi profitti alle banche: ma se aumenta la volatilità, anche i volumi di prosciugano. Le stime ci dicono che Hsbc e Standard Chartered generano annualmente profitti tra i 2,1 e 2,2 miliardi di dollari dai mercati emergenti, mentre Credit Suisse e Deutsche Bank 1,1 miliardi a testa. Ma se questo non vi basta, c’è dell’altro. Non fosse sufficiente la deflazione in cui è precipitata, ora Cipro si mette a battere cassa di nuovo, tanto è stata geniale l’idea tedesca di operare il bail-in bancario (ovviamente dopo che gli istituti di credito crucchi avevano svincolato e rimpatriato i soldi nei conti a un anno al 7% di interesse). Il problema? Sempre lo stesso, le sofferenze bancarie. E a dirlo non è un economista ma la Banca centrale cipriota, la quale ha reso noto che attualmente la liquidità è sufficiente per tamponare le sofferenze, ma occorre agire in fretta perché il ritmo di crescita delle stesse sta andando fuori controllo. E una situazione simile in un’economia che l’anno scorso si è contratta dell’8,7% e quest’anno dovrebbe attestarsi al -3,9%, può essere letale.

Oltretutto, l’ultimo dato disponibile è quello di settembre, quando le sofferenze - ovvero prestiti non onorati per almeno tre mesi o rischedulati più volte - erano a quota 23 miliardi di euro, il 42,3% di tutto il credito del Paese e un dato ben al di sopra del Pil generato, che è solo di 17 miliardi di euro. Non è una pentola a pressione, è una bomba a mano senza spoletta. E molti esperti sono certi che nel corso di quest’anno il dato arriverà al 50%, ovvero un credito su due sarà inesigibile: complimenti a troika e soci per il bel risultato ottenuto.

Oltretutto, una grossa parte di quelle sofferenze è detenuta da potenti gruppi ciprioti che vanno dal settore immobiliare ai conglomerati commerciali, i quali nel frattempo hanno ben pensato di usare quei crediti cartolarizzandoli tipo Parmalat e utilizzandoli per finanza creativa al fine di non dover ripagare quanto dovuto alle banche. Sei miliardi di sofferenze, ovvero il 26% del totale, è in mano a sole 30 entità: scorretto, ovvio ma se mi porti via metà dei soldi sul conto in banca per il bail-in e mi congeli il resto, io qualcosa devo inventarmi per mandare avanti la baracca e pagare fornitori e lavoratori, voi che dite? Ancora non vi basta perché Draghi si inventi qualcosa? C’è l’ultima perla.



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