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SPY FINANZA/ 2. La campagna cinese per conquistare i mercati

Pubblicazione:lunedì 10 marzo 2014

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Ci troviamo di fronte a una sveglia molto rumorosa per gli investitori sui mercati di capitale, un qualcosa che potrebbe galvanizzare i partecipanti e i regolatori, convinti che questo possa portare Pechino verso un più rapido piano di riforme riguardo governance e infrastrutture di protezione dell’investitore. Insomma, un’apertura reale al libero mercato. Nei fatti una buona notizia, ma lo ritenete davvero possibile in Cina? E, soprattutto, dopo questo precedente, chi azzarderà scommesse su altre aziende che si trovano sull’orlo del default, sapendo che il governo o le grandi banche da esso controllate non entreranno più in gioco come cavalieri bianchi? Lo si può fare, magari a livello speculativo, in mercati aperti, ma in Cina lo fareste?

Di converso c’è il fatto che i salvataggi statali precedenti, almeno quattro, hanno creato una massa critica di azzardo morale nel sistema, incoraggiando gli investitori a ricercare rendimenti sempre più alti - e quindi rischi sempre maggiori - perché garantiti proprio dalla “mano visibile” dello Stato che preservava dai rischi sul credito: come leggere quindi questo default? La Cina cambia e riforma, avvicinandosi di un passo ai principi del libero mercato (e anche qui ci sarebbe da parlare e non poco, visto che quanto valso per Lehman Brothers non è valso per Aig, Fannie&Freddie, Wells Fargo e via salvando da parte di governo e Fed) oppure questa mossa è prodromica unicamente alla stretta creditizia che Pechino intende porre in essere, anche svalutando pesantemente lo yuan come ha fatto la scorsa settimana, per sgonfiare la bolla del sistema bancario ombra?

Vi assicuro che non è questione di lana caprina - e parlo a livello globale - avendo a che fare non con la Grecia ma con un gigante capace di affondare i mercati. A mio avviso quanto accaduto con la Shanghai Chaori è stato il classico test, il canarino nella miniera di carbone: se non ci sarà contagio, se lo Shibor non volerà alle stelle e l’interbancario non si bloccherà del tutto (e già è sulla buona strada), aspettiamoci costi del denaro più alti e altri default, una sorta di purga per ripulire un po’ un sistema completamente grippato. Insomma, potrebbe essere un evento di trasformazione, una trasposizione in sedicesimi della teoria schumpetriana della “distruzione creativa”, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre il mercato obbligazionario cinese senza porre rischi sistemici di credito a livello globale.

Insomma, un po’ come nella logica maoista del “colpirne uno per educarne cento”, le autorità cinesi stanno sfruttando una situazione tutta interna di distorsione del mercato per rendere più disciplinati gli investitori, ponendo finalmente dei criteri valutativi non dopati per quanto riguarda le aziende del Paese: ovvero, i soggetti con bassa qualità sul rating di credito non godranno più della protezione dello Stato che tutto fa e tutto controlla, ma andranno incontro a criteri valutativi che imporranno condizioni più stringenti per il rifinanziamento e costi di finanziamento più alti alla radice. Insomma, lo Stato cinese è stufo - e, più che altro, preoccupato per la sostenibilità stessa del sistema - di offrire garanzie implicite ad aziende con rating di credit non-investment grade e intende colpire duramente il concetto stesso di azzardo morale che quell’atteggiamento da balia ha portato con sé negli anni di apertura, seppur distorta, ai concetti dei libero mercato.

E stiamo parlando di un mercato del debito corporate da 14 triliardi di dollari, una miniera a cielo aperto spesso e volentieri popolata da securities sopravvalutate o sovra-prezzate gestite e trattate da aziende che non potrebbero nemmeno stare sul mercato senza le garanzie statali: sembra pazzesco, ma la Cina sembra stia pensando come l’America reaganiana, quando i concetti di rischio d’impresa e libero mercato erano lontani anni luce dal socialismo reale mascherato della Fed stampa-tutto dei giorni nostri. Avanti di questo passo, paradossalmente, la Cina si potrebbe trasformare in un mercato più stabile sul lungo termine, aprendo quindi a maggiore accettazione da parte della comunità finanziaria globale, ponendo fine ad anni di dispute sul dumping implicito, il ruolo dello Stato dell’economia e guerra valutaria.


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