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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ L'Ue prepara la "camicia di forza" per l'Italia

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E che i risultati raggiunti dalla troika e dalle sue politiche siano ben lungi dall’essere positivi è questione sotto gli occhi di tutti: nei quattro paesi sotto controllo il debito non è diminuito, ma è invece esploso. L’Irlanda ha un debito pubblico del 120% del Pil mentre, prima della crisi, era solo al 30%. La Grecia si tira dietro un debito di oltre il 170% del Pil, benché nel 2012 abbia beneficiato di una cancellazione di metà del suo debito bancario. Per non palare della disoccupazione di massa, letteralmente esplosa. Il rapporto, poi, «deplora il fatto che, dal 2008, nei quattro paesi l’ineguale distribuzione del reddito sia aumentata sino ad arrivare sopra la media e che la riduzione delle prestazioni sociali e l’aumento della disoccupazione portano ad un aumento della povertà».

Certamente, il timing è sospetto, ma state certi che l’Europarlamento non riuscirà a licenziare un testo ufficiale di condanna entro aprile, quindi al voto europeo andremo senza il crisma dell’ufficialità per le politiche criminali perpetrate dalla troika con l’appoggio delle autorità europee e della Bce ma poco cambia. A dimostrarci che quanto fatto risponde a una strategia ben precisa, ovvero far aumentare i debiti pubblici per tramutare gli Stati sovrani in schiavi, ci pensano dati freschi freschi in arrivo dagli Usa.

Partiamo da una prima cifra: la capitalizzazione dell’equity globale è scesa a metà del 2013 di 3,86 triliardi di dollari a quota 53,8 miliardi di dollari rispetto al picco della bolla di metà 2007, stando a dati Bloomberg e questo nonostante Wall Street bruci un record al giorno. Questo però comporta un effetto collaterale: in un mondo dove non c’è speranza di crescita senza enorme espansione del debito, il costo per mantenere il valore delle equities globali più o meno stabili e i titoli azionari Usa ai massimi è stato molto alto. Per l’esattezza, 30 triliardi di dollari, circa il doppio del Pil statunitense, ovvero quanto è cresciuto il debito globale nel periodo precedentemente preso in esame, ovvero da metà 2007 fino a metà 2013. In quei sei anni, il debito globale è letteralmente esploso, crescendo del 40%, dai 70 triliardi agli oltre 100 triliardi di luglio dello scorso anno, stando a dati della Banca per i regolamenti internazionali (Bri), contenuti nella review trimestrale appena pubblicata.

Avete capito perché dal crollo Lehman in poi i titoli azionari globali non sono più scesi ma anzi andati in rally? I governi hanno agito da backstop aumentando a dismisura il loro debito, spalleggiati dalle banche centrali come la Fed e la sua politica di stampare denaro senza ritegno. È la stessa Bri ad ammetterlo, attraverso i suoi due economisti, Branimir Gruic e Andreas Schrimps: «Vista la significativa espansione delle spese governative negli ultimi anni, i governi (centrali, statali e locali) sono divenuti i principali emittenti di debito».

Come ci ricorda sempre Bloomberg, poi, il debito governativo Usa trattabile sul mercato è salito a 12 triliardi di dollari dai 4,5 triliardi di fine 2007. Inoltre, la vendita di bond corporate a livello globale è esplosa nello stesso periodo, arrivando a un’emissione totale per 21 triliardi di dollari. E cosa ha portato con sé questa politica? Facile, essendo preoccupati dal fatto che alti stock di debito avrebbero causato una fuga degli investitori internazionali, molti governi si sono affidati contemporaneamente alla cura dell’austerity, ovvero riducendo la spesa e alzando le tasse per cercare di recuperare un equilibrio fiscale perso con la recessione. Peccato che l’austerity, com’era ovvio e auspicato da molti regolatori internazionali (vedi le banche centrali, il Fmi, la Banca Mondiale e proprio la Bri), abbia portato con sé soltanto distruzione delle economie, degli stati sociali e aumenti record proprio delle ratio di debito/Pil: la Grecia è lì a confermarcelo plasticamente. Ma se si sa chi emette, sappiamo chi compra tutto quel debito in eccesso? Guardate questi grafici e avrete una risposta.