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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Cina e Giappone, una "minaccia" per Europa e Italia

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Vogliamo poi parlare del sistema bancario ombra, il principale motore del credito in Cina? Un report sui finanziamenti aggregati del settore bancario ombra parla chiaro e ci annuncia un crollo a 938,7 trilioni di yuan (153 miliardi di dollari) a febbraio contro il record di gennaio di 2,58 trilioni di yuan. «Che la Cina crescerà veramente anche quest’anno del 7,5% è tutto da vedere», ha commentato secco a Bloomberg Toby Lawson, responsabile dei futures nel Sudest asiatico per Newedge Group. E signori, la shadow banking system cinese è un gigante dal controvalore pari a 8 triliardi di dollari. Per Wei Yao di Societe Generale «sembra che i crescenti rischi di default stiano cominciando a erodere la fiducia degli investitori cinesi. Siamo certi che, di pari passo con la continua stretta regolatoria sui bilanci dell’attività bancaria, questo trend di rallentamento del credito proseguirà e infliggerà danni all’economia». Non male.

E il Giappone? L’altro giorno la Banca centrale giapponese ha confermato la sua politica monetaria, in linea con quanto ribadito negli ultimi mesi: tassi fermi e si va avanti con lo stimolo all’economia attraverso l’iniezione di 60 trilioni di yen (581 miliardi di dollari) all’anno. Un’economia che sta crescendo lentamente, anche se a ritmi decisamente più blandi rispetto a quanto la BoJ aveva previsto lo scorso anno. Anzi, più che blandi, sono ritmi che stanno perdendo decisamente velocità. Con l’aumento della tassa sui consumi dal 5% all’8% previsto per aprile, il Paese ha conosciuto un crollo della crescita, passata dal +4% di inizio 2013 all’anemico +0,7% dell’ultimo trimestre dell’anno. Di più, l’Economic Watchers Survey a febbraio ha conosciuto il peggior calo dal marzo 2011 ed è attualmente a un livello più basso di quando è partita l’Abenomics: per Marcel Thieliant di Capital Economics, «il Giappone sta conoscendo un rallentamento significativo». Basta vedere il ritmo di crescita dell’economia, visto che il dato sul Pil rivisto dal governo ha fissato l’asticella al +0,2% nei tre mesi conclusisi il 31 dicembre scorso e al +1,5% per il dato annualizzato del 2013. Certo, i dati preliminari erano poco migliori - +1,6% annualizzato e +0,3% sull’ultimo trimestre - ma in una condizione di stimolo monetario simile, anche una minima contrazione rappresenta una sconfitta. O, quantomeno, un bel segnale di allarme.

Tornando poi alla Cina, lo scorso fine settimana è stato reso noto il dato sul deficit commerciale che ha registrato un inaspettato 22,98 miliardi di dollari in febbraio, in netto contrasto con il surplus di 14,8 miliardi di dollari nello stesso periodo dello scorso anno e con la previsione media di un surplus di 11,9 miliardi di dollari. Le esportazioni poi sono calate del 18,1%, mentre le importazioni sono salite del 10,1%. Unite queste cifre a quelle rese note domenica sul tasso inflazione rallentato al 2% in febbraio dal 2,5% di gennaio e avrete immediatamente un combinato che con ogni probabilità potrà ritardare e non di poco i tanti necessari investimenti oltre che la domanda interna di spesa.

Ovviamente le autorità cinesi hanno immediatamente addossato la colpa per i pessimi dati alla stagione festiva vissuta dalla Cina a inizio anno, ma il dato sul rallentamento del settore chiave della manifattura parla chiaro e ci dice che la locomotiva del mondo perde colpi e velocità. E non è tutto: guardate il grafico a fondo pagina. Ci mostra in alto l’andamento delle tre principali aziende minerarie del Paese, le quali ormai vengono trattate in Borsa alla pari o addirittura sotto il book value, segnale che gli investitori cominciano a porsi domande sulla qualità reale di quegli assets. In basso, invece, abbiamo il raffronto tra il Csi 300 Energy Index cinese e il Msci All-Country World Energy Index: come potete notare, l’indice di Pechino viene trattato a un livello di sconto inquietante per una superpotenza industriale.

Vi ho già parlato poi del primo default su un corporate bond avvenuto la scorsa settimana, quello della società di produzione di pannelli solari Chaori e del fatto che questa scelta fa parte della strategia sposata dal presidente Xi Jinping di nuova disciplina di mercato e attacco alla politica di azzardo morale, nonostante - in silenzio - la Banca centrale abbia creato un cuscinetto per tamponare quell’evento di credito attraverso un calo dei tassi di interessi interbancari. E come ci dimostra questa tabella, almeno altri dodici potenziali default sono all’orizzonte da qui a inizio 2015.