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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Cina e Giappone, una "minaccia" per Europa e Italia

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Prestate particolare attenzione al Trust da 196 milioni di yuan che andrà a scadenza - e a rischio default - il prossimo 31 marzo, il cui emittente è il fantomatico “Magic Property” e gestito dall’onnipresente banca Citic. Magari quel default non ci sarà o magari sì, ma non cambia nulla: già, nonostante l’epilogo che si registrerà, c’è qualcosa di più inquietante dietro le quinte. Quel Trust è stato investito in un palazzo destinato a uffici a Chongqing, ma il costruttore finì nei guai finanziari a metà del 2013 e la Citic ha cercato di mettere all’asta il collaterale posto a garanzia del contratto. Peccato che il tentativo sia fallito perché il costruttore non solo aveva venduto il collaterale ma anche posto lo stesso a mutuo presso altri creditori. I quali contano di avere a bilancio o in portafoglio un asset perfettamente performante e in verità possono far affidamento su zero. Nulla. Bene, moltiplicate questo caso per qualche decina di migliaia di altri bond fuffa sparsi per la Cina, forse di più e avrete la dimensione di quanto potrebbe succedere da qui a fine anno. O, forse, da qui all’estate.

E proprio ieri è arrivata da Shanghai la notizia che le obbligazioni di Baoding Tianwei Baobian Electric Co sono state sospese dalle contrattazioni: l’azienda ha registrato forti perdite per il secondo anno consecutivo e le autorità hanno il timore che non sia in grado di ripagare i creditori. Come vi ho già detto, questi fallimenti rappresentano aggiustamenti necessari per un mercato come quello cinese sul lungo periodo, ma sul breve rischiano di creare nulla più che gravi rischi e azzardi ulteriori, stante l’impossibilità di preparare un atterraggio morbido per un mercato come quello del credito cinese che ha vissuto un vero e proprio boom e che ora rischia di comportare più di un mal di testa per il sistema globale.

Negli ultimi cinque anni, la Cina ha pesato per la metà dei 30 trilioni di dollari di aumento del debito a livello mondiale. Per Zhiwei Zhang di Nomura, «la Banca centrale sarà obbligata ad allentare la sua politica monetaria quest’anno attraverso ripetuti tagli alle ratio degli asset di riserva per evitare un rallentamento ancora maggiore: il deficit commerciale da 23 miliardi registrato in febbraio non fa altro, infatti, che mascherare una prima, seria fuga di capitali, distorta ovviamente dalla propaganda governativa che addossa tutte le colpe alle festività». E in effetti, ieri l’Istituto centrale cinese ha confermato che se la crescita scenderà sotto il 7,5% ma resterà sopra il 7%, si procederà a un abbassamento dei requisiti di riserva per gli istituti. Cosa temere, quindi?

Ci sono già segnali di forze deflazionistiche che cominciano a farsi sentire nel Paese, con l’indice dei prezzi alla produzione calato del 2% a febbraio rispetto a un anno prima: un dato che in realtà è negativo ormai da novembre scorso, sintomo che Pechino sta lottando senza successo con l’eccesso di impianti manifatturieri rispetto alla domanda in contrazione. La Cina solo lo scorso hanno ha investito 5 triliardi di dollari, lo stessa cifra combinata di Ue e Usa e già oggi ci sono segnali che Pechino stia cercando di esportare la sua sovra-capacità produttiva all’estero attraverso la svalutazione dello yuan, particolarmente marcata nell’ultimo mese.

Preghiamo che questa scelta non sia strategica, perché altrimenti si configurerebbe una politica di svalutazione competitiva capace di spedire nuovi e decisi impulsi deflazionistici in tutto il globo. Gli stessi che l’Ocse, forse, riconoscerà tra un trimestre o due. Intanto, le Borse europee cominciano a calare e patire. Germania e Francia in testa. Gli Usa campano ancora di rendita con la Fed, dovendo sgonfiare il “margin debt” - gli ultimi calcoli parlano di una sopra-valutazione degli asset azionari del 40% -, mentre Italia, Grecia e Portogallo sono la meta preferita dei cercatori di rendimento alla Pimco, ovvero dei pazzi. Finché dura, poi i massimi potrebbero diventare solo un bel ricordo. Sovrastato da un tonfo.

 

P.S.: Cosa vi dicevo l’altro giorno, rispetto al record di scommesse call sul prezzo del petrolio? Che Wall Street per Putin è più temibile degli incappucciati in piazza a Kiev. Detto fatto, ieri gli Usa hanno reso noto che attingeranno a 5 milioni di barili dalle riserve strategiche di petrolio, aumentando così di fatto l’offerta. Ecco la reazione alla notizia del prezzo del WTI Brent in apertura di contrattazioni a New York: la guerra prosegue, senza bisogno di sparare un solo proiettile.

 

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