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SPY FINANZA/ Il "virus" asiatico che si abbatte su Italia ed Europa

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Se persino dalla Germania voci decisamente autorevoli arrivano a chiedere alla Bce acquisti obbligazionari per 60 miliardi di euro mensili per evitare di precipitare in deflazione, forse qualche ragione ci sarà. E con l’euro che sta approcciando quota 1,40 sul dollaro il disastro per il cosiddetto Club Med sarà completo, visto che la Germania arranca ma ha capacità di export che stressano fino alla quota record di 1,60, mentre noi, Spagna e Portogallo riusciamo a esportare e stare sul mercato con l’euro a 1,15-1,20 sul dollaro, sopra ci strozzano. Ma il buon Draghi sta fermo, aspetta che gli eventi in corso nel mondo trovino una soluzione al problema al posto suo: peccato che l’Europa sia totalmente in balia e vittima predestinata di questi eventi.

Se la Fed proseguirà davvero col “taper”, scalando quindi 10 miliardi dal suo programma di stimolo a ogni meeting del Fomc, il prezzo del credito a livello globale salirà e i mercati emergenti pagheranno immediatamente il conto. Sembra di essere tornati ai mesi precedenti alla crisi asiatica del 1998, visto che la stessa Ocse ha detto la scorsa settimana che «il vero impatto del “taper” della Fed è solamente all’inizio e i suoi effetti torneranno a colpire l’Europa attraverso stress commerciali e bancari emanati dai mercati emergenti». Ma Draghi dorme. Oppure rompe l’anima sul deficit italiano.

Ora, con la Cina che sta dando vita alla più colossale operazione di contrazione del credito, unita a una svalutazione competitiva dello yuan - attraverso l’acquisto col badile di euro per, ufficialmente, diversificare le riserve di valuta estera dal dollaro, fatto che sta spedendo la valuta europea verso nuovi massimi - per riuscire a scaricare all’estero la sua sovra-produzione, pensate che terrà per sé la parcella deflazionistica da pagare o la passerà ad altri? Bravi, farà la stessa cosa che sta facendo il Giappone attraverso la svalutazione epica dello yen legata all’Abenomics, anche se gli stessi nipponici stanno a loro volta pagando e molto cara la strategia cinese, come dimostra il tonfo al -5,33% dell’indice Nikkei venerdì scorso (-2,7% secco in apertura di contrattazioni).

L’intero pacchetto di disgrazia economica atterrerà quindi per posta aerea in Europa, per il semplice fatto che oltre a essere ancora in crisi è l’unico soggetto del mercato globale a non avere una vera banca centrale, quindi priva di una guida che coerentemente protegga i propri interessi. Noi abbiamo la Bce che dorme e fa tanti bei report, con i quali probabilmente ci asciugheremo le lacrime quando, tra qualche settimana, la deflazione busserà alla porta con il suo bel fardello. Guardate il dato del Baltic Dry Index di giovedì scorso (il primo grafico a fondo pagina): -8%, il peggior crollo in sei anni, dopo qualche settimana in cui sembrava fosse giunta una normalizzazione dei cali. Non solo non c’è ripresa ma è proprio tutto fermo, i trasporti via mare di commodities “secche” sono al palo (immagino con somma gioia di Deutsche Bank, vagamente esposta nei suoi attivi al ramo dello shipping), la Cina si sta fermando, altro che crescere del 7,5% anche quest’anno.

Non ci credete? Guardate il secondo grafico a fondo pagina: ci mostra il livello delle scorte di ferro nei principali 34 porti cinesi. Scorte, ovvero materiale che resta lì inutilizzato: non va in produzione, non viene esportato o trasportato. E stiamo parlando della locomotiva industriale e commerciale del mondo. La cui produzione industriale in gennaio e febbraio è cresciuta, anno su anno, dell’8,6%, il peggior risultato da cinque anni: soltanto nell’aprile 2009, infatti, la produzione in fabbriche, miniere e workshop toccò il livello minimo del 7,3%.