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Economia e Finanza

FINANZA/ In Germania Renzi pesca il "jolly"

Ieri si è tenuto a Berlino l’incontro tra Angela Merkel e Matteo Renzi. Il Premier italiano sembra aver impressionato il Cancelliere tedesco. Il commento di STEFANO CINGOLANI

Matteo Renzi e Angela Merkel (Infophoto)Matteo Renzi e Angela Merkel (Infophoto)

Perché Renzi dovrebbe fare meglio di Letta e di Monti? È questa la domanda che circolava nella Cancelleria di Berlino prima dell’incontro di ieri. E qual è la risposta dopo il meeting italo-tedesco? La risposta non c’è. Ma Angela Merkel non si è messa di punta, vuole aspettare e vedere che cosa combina il nuovo governo italiano. Ha dato, dunque, un incoraggiamento, piazzando subito i soliti paletti: rispettare il 3% e fare le riforme di struttura, a cominciare dalla riforma del lavoro che per i tedeschi è la vera cartina di tornasole. Perché tutti si rendono conto che l’Italia non sarà in grado di rimuovere i decennali macigni sulla via della crescita, ma rendere di nuovo flessibile il mercato del lavoro, senza farsi mettere i bastoni tra le ruote né dai sindacati, né dalla Confindustria, è una prova incoraggiante.

“Renzi mi ha illustrato un programma di riforme molto ambizioso - ha detto la Kanzlerin - È un messaggio positivo che accogliamo molto bene. Gli auguro molta fortuna e coraggio, tutto il bene: si tratta di un cambio strutturale, anche con riforme del mercato del lavoro che porteranno a uno sviluppo positivo”. Poi ha aggiunto che l’Italia rispetterà il Fiscal compact così com’è. Intanto il ministro delle finanze Schäuble diceva a Padoan che non ci sono margini, quindi “nessun rinvio”. Drei comma nul, tre virgola zero.

Presentato come l’anti-rigore dalla stampa tedesca conservatrice come die Welt, Renzi ha promesso di fare il bravo rifiutando di indossare il cappello d’asino, come ha detto egli stesso. E ha illustrato con la sua veloce parlantina tutte le promesse e gli impegni usciti dal consiglio dei ministri. Con qualcosa in più che certo solletica l’orgoglio tedesco: Renzi può anche scalpitare e scalciare perché il corsetto del 3% è troppo stretto (e ha ragione), ma accetta la leadership tedesca; la vuole curvare un po’ più a sinistra (titillando i socialdemocratici partner di governo), però non la rimette in discussione.

È proprio questo il segno dell’incontro di ieri a Berlino, lo ha capito in anticipo Mario Monti il quale ha preso la penna per ricordare puntigliosamente che lui si è sempre rivolto prima a Bruxelles e poi a Berlino e Parigi, perché crede nel primato del metodo comunitario rispetto a quello intergovernativo. Renzi non ha fatto caso a certe sottigliezze burocratiche, ha badato al sodo e la sostanza, nell’Europa di questi anni, è che il pallino ce l’hanno in mano i governi. E questo non gli dispiace affatto.

Abilissimo nel far politica e spesso alla velocità della luce, Renzi crede nel primato della politica ancora di più oggi che lo scenario si fa complesso, spesso pericoloso (come dimostra la crisi russo-ucraina). Del resto, è entrato a palazzo Chigi come capo del partito che ha la maggioranza relativa in Parlamento, non indicato dalla Bce, da Bruxelles o dal Quirinale. Ha preso il potere e ha dimostrato di usarlo con piglio giacobino. Questa è la sua vera differenza rispetto a Monti e a Letta. Sull’altro piatto della bilancia c’è l’inesperienza, certe volte anche una certa superficialità di approccio. Ma l’era dei tecnici è finita, politique d’abord.