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GEO-FINANZA/ Il trattato "segreto" che mette in palio Europa e Italia

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Ci troveremmo dunque di fronte a una “macchina” creata ad hoc, con tanto di negoziatore “fantoccio”, in questo caso lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero, direttore nella Direzione generale Trade (l’unica che sarebbe teoricamente legittimata a seguire l’accordo), il quale partecipa attivamente a dibattiti e conferenze sul tema, predicando l’assoluta trasparenza della Commissione, guardandosi però bene dall’accettare incontri faccia a faccia con le parti interessate. Tutto ciò sarebbe stato messo in piedi per evitare interferenze nei reali negoziati che stanno invece procedendo velocemente su un binario parallelo e che dovrebbero vedere la luce, quanto meno in una prima bozza vincolante però per il futuro, entro la fine del 2014, sotto il semestre di presidenza italiano.

Proprio l’Italia, che soffre di una politica nazionale di autoesclusione, non potrà purtroppo contare su quei ruoli chiave che le avrebbero invece permesso di vigilare o quanto meno chiedere conto del lavoro che viene portato avanti così segretamente dalla Commissione. La stessa Direzione generale industria, guidata dal vice presidente della Commissione Antonio Tajani, non ha nessuna voce in capitolo, in quanto negli anni il vice presidente si è concentrato più su temi legati allo spazio e al turismo marginalizzando cosi il suo coinvolgimento su tematiche come quella degli accordi di libero scambio, che sono state fatte proprie da altri Commissari.

Il pericolo per il nostro Paese sarebbe quello di essere usato come cornice per la firma di un accordo del quale in sostanza nessuno conosce i contenuti. Consci della propensione che hanno i politici per la cosiddetta “foto di gruppo” e la spasmodica ricerca da parte del presidente Barroso di un’alta carica da ricoprire dopo la scadenza del suo mandato, siamo portati a credere che dopo l’elezione del nuovo Parlamento europeo, con i deputati appena insediati e già distolti all’attenzione dalla pausa estiva, si possa giungere a una firma dell’accordo in tempi brevi. Pensiamo sia dunque indispensabile per l’Italia non farsi prendere dall’euforia della firma di una sorta di “nuovo trattato di Roma”, bensì, sotto il proprio semestre di presidenza, pretendere che gli accordi sul Ttip siano scritti anche ascoltando la voce dell’Italia.

La difficoltà è che l’Ue e i suoi stati membri procedono a “porte chiuse”, in segreto, con responsabilità mai chiaramente indicate (in Italia sembra che sia coinvolto Fabrizio Pagani, ex funzionario Ocse poi consigliere economico dell’ex premier Enrico Letta). Le delegazioni statunitensi hanno schierato più di seicento consulenti delegati dalle multinazionali che dispongono di un accesso ai documenti preparatori ed ci sono anche dei rappresentanti delle amministrazioni. Se l’accordo verrà firmato così come è stato concepito fino a oggi, dovremo aspettarci uno sconvolgimento degli assetti economici, monetari e industriali per come li abbiamo sempre concepiti a favore degli Stati Uniti. A oggi, nessuno è capace di calcolarne le ricadute sociali ed economiche, poiché gli studi effettuati sulla materia sono stati tutti finanziati dalle lobby della grande industria. Non è detto certo che vivremo peggio ma sicuramente in modo diverso.

Il nuovo governo di Matteo Renzi, con il ministro Giancarlo Padoan che proviene proprio da incarichi al Fmi e all’Ocse, incontrerà Obama in visita a Roma, dopo Bruxelles, il prossimo 27 marzo. Le lodi americane per “l’innovatore” Renzi non si contano, dai fratelli John e Tony Podesta all’ambasciatore John Phillips, dagli uomini della General Electric, Paolo Fresco e Nani Beccalli, dalle corazzate finanziarie come i fondi di Soros alla Goldman Sachs, fanno presagire che se Renzi manterrà le “promesse” e se Padoan farà quel che “sa che deve fare”, l’Italia potrebbe avere un ruolo centrale nella nuova Europa transatlantica.

In questo contesto saranno cruciali le decisioni del nuovo governo per le nomine dei circa 600 amministratori e manager delle società partecipate dal Tesoro, per il ruolo della Cassa depositi e prestiti, e per il futuro delle quote pubbliche di partecipazione. Se grandi aziende strategiche, come Eni, Finmeccanica ed Enel potrebbero avere tutto da guadagnare da una maggiore integrazione con gli Usa, tutto dipenderà dalla capacità del governo italiano di tutelare l’interesse nazionale in sede europea e nel negoziato transatlantico per il Ttip. L’alternativa è, come spiegavamo prima, tra essere tra i vincenti o i perdenti della zona di libero scambio transatlantica.



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