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IL CASO/ Renzi-Ue, gli "accordi" che preparano svendite e tagli di spesa

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È su quest’ultimo punto che, anche grazie a varie eccezioni sollevate dalla Francia, il Consiglio ha avuto delle difficoltà per decidere se i fondi debbano essere erogati dalla Banca europea di sviluppo (Bei) oppure dal bilancio delle istituzioni, oppure da un fondo ad hoc. Il 20 dicembre 2013, Herman Van Rompuy, presidente permanente del Consiglio europeo, ha dichiarato che «due tipi di “accordi”, quelli per le riforme e quelli per la solidarietà, devono essere simultaneamente applicati, e quindi ci vuole più tempo per la loro preparazione».

Il piano prevede che la Commissione europea invii in ciascun Paese delle missioni di sorveglianza e monitoraggio per valutare se le proposte di riforma avanzate dal governo siano adeguate e sostenibili per applicare le misure volte alla riduzione delle “debolezze economiche” specifiche, siano durevoli nel tempo e quale sia il loro reale impatto sulla sostenibilità fiscale e sociale. Se il governo e la Commissione non trovassero un accordo, oppure se il Consiglio europeo non accettasse la proposta della Commissione, allora non ci sarebbero “accordi contrattuali” e quindi non si eroga il sostegno finanziario di solidarietà. Questa è la dura regola della condizionalità.

Nel dicembre 2013, Mario Monti scriveva sul Financial Times che «perché vi siano stabili e sostenibili condizioni di bilancio, i paesi del Sud devono fare un profondo aggiustamento culturale. Devono riconoscere che la disciplina di bilancio paga». In altre parole quel che Renzi ha detto con “non lo facciamo perché l’Europa ce lo chiede, ma per i nostri figli”.

Sempre Renzi ha detto alla Merkel che «l’Italia non chiede di cambiare il Trattato di Maastricht e i suoi obiettivi». Ma Mario Monti già avvertiva che «il Trattato non specificava in modo chiaro le tipologie di “investimento pubblico”, produttivo o pseudo-produttivo». Infatti, continua Monti, servono strumenti come gli “accordi contrattuali” che entrano nel merito di ogni specifica misura di investimento pubblico. Lo scopo è di “avvicinare” le politiche di spesa pubblica del Sud a quelle del centro e nord Europa. Secondo questo standard, si uniranno alle misure di disciplina fiscale quelle di riforma strutturale delle società, dei servizi, delle amministrazioni. Solo grazie a questi accordi i governi potranno prendere quelle misure, altrimenti osteggiate perché impopolari, che fanno cadere le rendite di posizione, le clientele e i gruppi di interesse costituiti attorno a filiere politico-economiche, di casta sociale o professionale. Insomma, fa capire Monti, solo così si potrà avere una vera coesione europea, precondizione per l’esistenza stessa dell’Unione.

Il governo di Enrico Letta puntava a ottenere che gli “accordi contrattuali” fossero almeno volontari. Renzi li ha presentati volontariamente, è vero, ma solo all’apparenza. È nel reale negoziato che si capirà quanto siano volontari e quanto condizionati. Le critiche a questo “accordi contrattuali” erano già forti e chiare nel dicembre 2013: Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e attuale candidato liberale a presidente della Commissione europea, ha definito gli accordi contrattuali voluti da Merkel «la fine dell’Unione Europea» e una «forma di intrusione» nella sovranità nazionale. Sulla stessa linea si sono espressi il leader degli eurosocialisti, l’austriaco Hannes Swoboda, e quella dei Verdi, la tedesca Rebecca Harms. «Contratti oggi e la solidarietà? Si vedrà domani», ha polemizzato l’eurodeputato Roberto Gualtieri del Pd. 


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