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SPY FINANZA/ I numeri che "annunciano" un tonfo dei mercati

Pubblicazione:giovedì 20 marzo 2014

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Ma al di là di questi inequivocabili messaggi politici di riposizionamento, a fronte della richiesta da parte di uno dei più influenti think-tank tedeschi di acquisti obbligazionari pro-quota della Bce per 60 miliardi di euro al mese, qualche segnale di tensione comincia a palesarsi nel mercato obbligazionario cosiddetto “high-yield” e per una ragione molto semplice. Ovvero, l’afflusso di massa verso questa categoria, mosso da fondi ma anche e soprattutto banche e assicurazioni per quanto riguarda il segmento sovrano - ha spinto troppo al ribasso i rendimenti, rendendo la scommessa eccessivamente rischiosa. Ovvero, per parlare chiaro, il gioco comincia a non valere più la candela, anche perché il rally è durato parecchio e di soldi chi ha scommesso, rischiando, ne ha fatto davvero molti.

Nelle attuali condizioni di mercato, infatti, in questa asset class il rendimento medio è al di sotto del 5% e le prospettive per l’anno in corso sono di profitti che varieranno tra il 3% e il 6%, peccato che si stia parlando di bond classificati anche come “junk”, ovvero spazzatura e con notevole rischio di default. E il mercato dopato della Fed in questi ultimi anni ha fatto cambiare anche la natura e il profilo di chi detiene quel tipo di debito, prima quasi esclusivamente appannaggio di primari soggetti istituzionali e oggi esattamente diviso a metà fra questi e clientela retail, ovvero normalissimi risparmiatori come noi che si sono fatti ingolosire dai rendimenti alti che proponevano loro promotori finanziari e bancari con il portafoglio a reddito fisso da alleggerire, per non parlare dei famigerati fondi d’investimento in cui non si sa mai bene cosa vi ritrovate all’interno (consiglio: fossi in voi, farei un controllino per vedere quanto pesano i mercati emergenti e quanto le obbligazioni corporate).

Questa mutazione nella spartizione e detenzione di quel tipo di debito, a mio modo di vedere, rappresenta il rischio maggiore per il settore, visto che se i soggetti istituzionali tendono a essere detentori a lungo termine degli assets, la clientela retail tende a cavalcare i rallies e poi uscire tutta insieme quando il mercato va sotto pressione: qualcuno riesce a guadagnare la porta, altri si ritrovano con il cerino in una mano e nell’altra una pila di carta straccia che un tempo erano i loro risparmi. E a occhio e croce, visti i movimenti di contrazione degli spread registrati negli ultimi giorni sugli assets ritenuti più sicuri - i beni rifugio del reddito fisso, come Treasuries Usa e Bund -, per alcuni investitori poco cauti e molto avidi, potrebbe già essere tardi per scendere indenni dalla giostra.

Calcolate che il rendimento medio nel settore è passato dal 18% circa del 2008 all’atteso 3,35% medio per quest’anno: una ratio folle, totalmente ingiustificata dai fondamentali macro e resa possibile solo dai soldi facili immessi sul mercato col badile dalle banche centrali. Insomma, si sta cancellando il concetto stesso di premio di rischio, diretta conseguenza del parossismo che ha contornato negli ultimi tre anni il concetto di “risk-free” per il mercato obbligazionario sovrano: prendere il 4% di rendimento su bond corporate con rating BB o peggio B è da folli, non da geni della finanza. Tanto vale prendere i soldi e accenderci il barbacue con la diavolina. Soltanto da inizio anno, a livello globale gli investitori hanno però garantito un flusso di denaro nei fondi su bond ad alto rendimenti pari a 10,93 miliardi di dollari, a fronte di “soli” 7,9 miliardi finiti negli equity funds statunitensi, stando a dati Jefferies. E ora, in parecchi cominciano a muovere qualche osservazione sulla qualità di quegli assets, quasi certamente perché le grandi banche hanno scaricato il malloppo peggiore e ora può partire la tosatura generale per il parco buoi.


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