BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ I numeri che "annunciano" un tonfo dei mercati

Pubblicazione:giovedì 20 marzo 2014

Infophoto Infophoto

Difficile, infatti, leggere in altro modo la nota pubblicata la scorsa settimana da Moody’s, gente con l’occhio lungo quanto Mr. Magoo, in base alla quale la qualità dei contratti legati a debito corporate ad alto rendimento è scesa a minimi record, con la covenant quality media a febbraio a 4,36 dal 3,84 di gennaio, il livello più basso da quando si è cominciato a tracciare il dato nel gennaio 2011 su una scala da 1 a 5, con 5 livello peggiore. E attenzione, se la bolla del debito corporate ad alto rendimento scoppia, tutto il comparto del reddito fisso pagherà il prezzo. Anche perché, se la Fed prosegue con il “taper” potrebbe non essere escluso un aumento dei tassi, almeno nel medio termine - la Bank of England ha già detto che dall’attuale 0,50% nel medio termine ci si dovrà attendere un rialzo graduale fino al 3% -, ipotesi che se anche soltanto discussa a livello accademico verrà prezzata con largo anticipato dal comparto, innescando una spirale ribassista.

Unite a questo possibile scenario il fatto che, al netto delle condizioni attuali, non possiamo che attenderci un deterioramento ulteriore dei rating di credito e avrete il secondo frutto del combinato congiunto: ulteriore pressione ribassista, ancorché magari non proprio da sell-off, per i crescenti timori di default. Come ci insegna, anche se in un contesto sideralmente diverso, la Cina di questi giorni. Attenzione, poi ai fondamentali macro-economici, soprattutto sui mercati emergenti e alle molte variabili geopolitiche in atto. Certo, c’è da dire che negli ultimi 25 anni - quindi al netto della crisi - le obbligazioni ad alto rendimento hanno garantito profitti simili ai principali mercati equity (S&P 500, Russell 3000, Wilshire) ma con molto meno rischio, dato statistico che ci dovrebbe far diffidare all’azionario e non dall’obbligazionario.

Peccato per due anomalie. Primo, non si era mai visto un diluvio di liquidità come quello piovuto sui mercati a causa della crisi, fattore esogeno di distorsione e valutazioni mark-to-market completamente dopate. Secondo, con il “margin debt” su Wall Street al record assoluto pensate che la Fed tutelerà la Borsa per evitare un altro 2008, rendendo quel 30% di correzione necessario un “soft-landing” per quanto possibile o permetterà invece di far scoppiare la bolla del debito high-yield, prima corporate e poi sovrano nelle periferie (mercati emergenti ed Europa non-core), garantendosi inoltre un inflow di investitori in modalità risk-off verso i Treasuries?

Tanto più che anche dall’azionario, ieri non è arrivato un bel segnale: anzi, proprio pessimo. A renderlo noto un ascoltato professore di finanza all’Università del Michigan, Nejat Seyhum, a detta del quale i corporate insiders, ovvero gli amministratori e coloro che lavorano in società quotate, sono nel periodo di sentiment ribassista peggiore dal 1990. Stando ai calcoli di Seyhum, per ogni azione della ditta per cui lavorano comprata, nelle ultime settimane questi signori ne hanno vendute mediamente sei: più del doppio della media registrata 24 anni fa. Soltanto un anno fa, questa ratio di calcolo era solidamente in territorio rialzista: «Il messaggio che ricevo da questi dati è il più pessimistico che abbia visto in venticinque anni di lavoro», ha chiosato Seyhum. Anche perché il metodo del professore è abbastanza preciso, visto che le altre due occasioni in cui la ratio è andata in territorio ribassista nei tempi recenti sono state inizio 2007 e inizio 2011, la prima di queste registrata soltanto sei mesi prima del peggiore mercato dell’orso dagli anni Trenta.

Nella lista dei titoli più venduti dagli insiders ci sono beni di capitale, tecnologici, beni durevoli come costruzioni e automobili e beni non durevoli come alimentari, bevande e alcool, abbigliamento e tabacco. E ricordatevi di quanto vi dissi lo scorso 21 gennaio, plasticamente confermato da questo grafico che ripropongo: gli insiders già due mesi fa stavano vendendo le loro azioni come se non ci fosse un domani, con una ratio tra titoli venduti e comprati di 77 a 1. Forse sbaglierò la mia previsione di un mese (dissi febbraio-marzo), ma stavolta temo che la correzione stia davvero arrivando, i segnali ci sono tutti. A meno che la Fed non blocchi il “taper” e la Bce non compri col badile con la scusa, sacrosanta, della lotta alla deflazione. Altrimenti, la giostra potrebbe davvero andare fuori controllo. E molta gente, finire con il sedere per terra.

P.S.: Lo ammetto, è un po’ lugubre e poco scientifico, ma un’altra conferma che qualcosa stia per accadere sui mercati - e non di piacevole - ieri me lo ha confermato la notizia dell’undicesimo suicidio tra banchieri e traders da inizio anno. Questa volta è toccato a Kenneth Bellando, 28enne ex trader di JP Morgan e attualmente impiegato alla Levy Capital (il fratello è tuttora un chief investment banker a JP Morgan), lanciatosi dalla finestra di casa sua, al sesto piano di un palazzo dell’East Side newyorchese, il 12 marzo scorso. Cominciano a essere un po’ troppi per essere solo una coincidenza temporale e lavorativa.    

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.