BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA/ Dagli Usa parte il "conto alla rovescia" per l'Italia

Janet Yellen, capo della Fed (Infophoto)Janet Yellen, capo della Fed (Infophoto)

A complicare il compito della Yellen rispetto a quello di Volcker in età reaganiana contribuirà anche l’estrema complessità del quadro economico. Ci si sta rendendo conto che il mondo è molto cambiato dal 2007, l’ultimo anno buono prima della grande crisi. La tecnologia, in particolare, ha cambiato le regole del gioco: interi settori economici sono stati sconvolti dalla rivoluzione vuoi dei modi di produrre che dei contenuti. Molti mestieri e posti di lavoro sono stati bruciati dall’economia digitale. Si è assistito all’outsourcing da Ovest a Est, ora si registra il fenomeno inverso. Ma, come nota il New York Times, la globalizzazione ha sì migliorato la vita di molti paesi emergenti, ma ha tradito le promesse nei confronti delle classi medie a Ovest. Oggi, poi, il malcontento si espande anche in Cina o Brasile perché la ricchezza non tocca più i nascenti ceti medi.

Dietro la questione dei tassi, insomma, si cela una questione politica: come ripartire le risorse nel futuro, senza dimenticare peraltro che l’ambiente inquinato reclama i suoi diritti e che lo sviluppo delle tecnologie digitali, per ora, non ha permesso un aumento di produttività paragonabile alla nascita dell’elettricità. Cosa c’entrano i tassi? C’entrano, ci spiega Alessandro Fugnoli di Kairos: “Fino a tempi recentissimi il consenso era che, dopo cinque anni di crescita globale, esiste ancora nel mondo una tale quantità di risorse inutilizzate da rendere impensabile l’inflazione anche in presenza di un’espansione molto più forte di quella attuale e, per di più, per un periodo esteso. Parliamo in pratica di quella che i demografi chiamano la speranza di vita”.

Una certezza che sta venendo meno. Dagli ultimi studi in Usa sta emergendo che una metà dei disoccupati, quelli che hanno perso il lavoro dopo il 2008 e non l’hanno più ritrovato, sia da considerare perduta per sempre. Per la prima volta nella storia il problema classico del riassorbimento della disoccupazione dopo una recessione si intreccia e sovrappone con l’invecchiamento della popolazione e con il fatto che il progresso tecnologico rende improvvisamente obsoleti così tanti profili professionali.

L’economia non potrà contare, se l’analisi si rivelerà corretta, su un esercito di braccia e di cervelli da reinserire nella macchina produttiva grazie a una fase d’avvio all’insegna della moderazione salariale e della prevalenza della domanda di lavoro sull’offerta: l’uscita dalla recessione dovrà fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e con il fatto che il progresso tecnologico rende improvvisamente obsoleti così tanti profili professionali del recente passato. Per questo motivo, si sono accorti alla Fed, calano in parallelo sia il tasso di disoccupazione che il numero degli americani che cercano lavoro. Per questo anche la colomba Yellen, che ha seguito da vicino gli studi sulla materia della Fed di San Francisco (l’ala sinistra della politica monetaria americana), ha dovuto prendere in considerazione un’accelerazione dell’uscita da Qe e aumento dei tassi.

Il rischio, infatti, è di farsi trovare spiazzati da una ripresa dell’inflazione legata a richieste di aumenti salariali da parte della forza lavoro con i requisiti richiesti, una minaccia che potrebbe far esplodere la santabarbara dell’inflazione alimentata dalle migliaia di miliardi di dollari immessi nel sistema. Non è una prospettiva allegra per le Borse e per i bond, dopo anni di grande euforia. Non è nemmeno una prospettiva inevitabile. Ma va presa sul serio: la Fed non intende farsi cogliere in contropiede.