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Economia e Finanza

DL BANKITALIA/ Così le banche portano a galla i "guasti" della legge

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Non interessa qui soffermarsi nell’analisi critica di tali asserzioni: abbiamo già avuto modo di occuparcene, anche in questa sede, e non pare davvero che le nuove “deduzioni” della Banca centrale possano indurre a mutare opinione. Basterà dire che, tra le altre proposizioni non condivisibili, ovviamente sub specie iuris, si continua a perpetrare l’equivoco che la riforma non avrebbe comportato alcun depauperamento delle casse pubbliche, come sarebbe comprovato dall’immodificato risultato della somma tra capitale e riserve, quasi che non fosse percepibile da chiunque che una cosa è la somma dei due elementi (ove, peraltro, la diminuzione dell’addendo costituito dalle riserve, stando proprio a quanto scrive la Banca in ordine alla loro natura, dà luogo, appunto, a un depauperamento pubblico), altro è invece il titolo di appartenenza del primo elemento di questa, di tal che il passaggio, determinato, per quanto ci si sforzi di mascherarlo, dal d.l. n. 133/2013, abrogando la normativa del 1936 e quella del 2005, dalla sfera pubblica a quella privata non può essere letta se non in termini di impoverimento della prima. Mette conto viceversa segnalare che la scarsa attendibilità sostanziale delle scelte “patrocinate” da via Nazionale emerge, nuovamente, dalla vigile attenzione critica delle istituzioni europee.

Dopo la Commissione, l’Esma (ossia la European Securities and Markets Authority, organismo che vigila sul settore mobiliare e nel cui Board of Supervisors siede anche la Consob) ha sollevato dubbi circa la legittimità dell’iscrizione della plusvalenza determinata, a vantaggio dei partecipanti al capitale di Bankitalia, dalla rivalutazione di quest’ultimo, nel loro conto economico: rilievo che ha messo, tra l’altro, in serio dubbio il provento fiscale riveniente dalla plusvalenza in parola e al quale si era fatto, da più parti, riferimento a (pretesa) dimostrazione dei vantaggi della privatizzazione.

Sul punto, la partita è stata per ora risolta in via, si direbbe, cautelativa dalla Consob, secondo cui, “in ragione dei complessi profili di unicità e atipicità che caratterizzano l’operazione” e “considerato che la modalità di contabilizzazione della stessa non è espressamente disciplinata dai principi contabili internazionali” e avvertendo che “sono state effettuati e sono in corso approfondimenti presso tutte le sedi nazionali e internazionali”, gli amministratori sarebbero tenuti “in sede di approvazione del bilancio 2013”, “sulla base del più completo quadro informativo disponibile”, ad adottare “la modalità di contabilizzazione che ritengono più appropriata a soddisfare i criteri previsti dai principi contabili internazionali”. Su tale precario fondamento dovrebbe farsi luogo al pagamento, graduale (in tre anni), delle imposte sulle plusvalenze.

La stampa ha parlato di definizione della questione, atteso l’accertamento, con la suddetta nota della Consob, di un dovere a carico dei quotisti in ordine al sistema di contabilizzazione: ma la valutazione non convince, poiché, a ben vedere - così come emerge dal chiaro tenore letterale del documento della Consob - il dovere è tale solo nominalmente o, se si vuole, è un potere il cui esercizio è necessario, fermo però restando che la scelta del concreto modo di adempiere al dovere è rimessa agli amministratori dei soggetti partecipanti al capitale. Ma, com’è stato puntualmente avvertito (cfr. S. Tamburello nell’articolo cit.), restano comunque da sciogliere una serie di nodi.

In primo luogo quello concernente la possibilità o meno, per le banche partecipanti, di computare le quote rivalutate nel patrimonio di vigilanza del 2013, da sottoporre all’Asset quality review e allostress test: la posizione di via Nazionale sul punto è negativa, in forza del filtro prudenziale elaborato dall’Istituto centrale, che fa divieto di includere nel ridetto patrimonio le plusvalenze non realizzate. Tale soluzione - che asseconda, peraltro, l’applicazione, a questo tipo di plusvalenze, di un regime fiscale agevolato - sembrerebbe doversi al tentativo di evitare che le aziende di credito europee, e soprattutto quelle tedesche, sollevino eccezioni in merito alla natura dell’operazione e, in particolare, della sua qualificabilità come aiuto di Stato.

Tuttavia lo stesso criterio di prudenza consente il computo in parola, suddividendo la progressiva inclusione del valore in cinque anni (dal 20% del 2014 sino al 100% del 2018). Il vincolo poi non astringe i proventi rivenienti dalla vendita delle quote eccedenti il limite del 3% del capitale: in tal caso le plusvalenze realizzate, ancorché derivanti dalla rivalutazione del capitale di Bankitalia, possono essere immediatamente incluse nel patrimonio di vigilanza.