BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

DL BANKITALIA/ Così le banche portano a galla i "guasti" della legge

Infophoto Infophoto

In secondo luogo, è significativo che si consideri problematica la valutazione delle quote che, stante l’obbligo, gravante sui titolari di quote eccedenti il ridetto limite percentuale, di vendere quelle in eccesso, questi dovranno immettere sul mercato (tanto più che la l. n. 5/2014 consente alla stessa Banca d’Italia di proporsi quale acquirente): la risposta più semplice - che cioè il valore debba essere calcolato in ragione dei dividendi che le partecipazioni possano generare - pare non soddisfare gli ambienti economico-finanziari (si veda, nuovamente, S. Tamburello). E si capisce: da tempo andiamo ripetendo che, con ogni probabilità, il valore de quo verrà parametrato sull’intero patrimonio della Banca centrale, ivi comprese le riserve auree (che, a tacer d’altro e proprio a cagione della [giuridicamente infondata] affermazione dell’Istituto centrale, secondo cui esse sarebbero oggetto di un suo diritto dominicale, contribuiscono a comporre e perimetrare l’“area” sulla quale incidono, ovviamente con forme e modalità variamente articolate, i diritti di partecipazione).

Il quadro che emerge dal breve excursus sin qui tratteggiato segnala le gravissime difficoltà che, quasi per reazione a un corpo estraneo, si determinano nell’ordinamento giuridico (ovviamente nella tessitura sistematica che positivamente lo connota), allorquando vi si voglia introdurre un plesso normativo singolare (un istituto di diritto pubblico partecipato quasi esclusivamente da soggetti privati), derogatorio di regole e principi fondamentali.

E vale la pena rammentare - per prevenire le obiezioni di chi ritiene che la Costituzione del 1948 si possa ritenere indifferente al tema che ne occupa - che il nucleo dell’assetto costituzionale è dato anche da quello che Alberto Predieri chiamava ipertesto, ossia da riferimenti, prodotti anche per reciproca reazione tra istituti e norme, che, pur quando esterni rispetto al perimetro verbale della Carta, sono però da questi implicati, per assimilazione e per differenza, sia per ragioni storiche - “il linguaggio costituzionale - scriveva Giorgio Berti (voce Sovranità negli Annali dell’Enciclopedia del diritto, I, 2007) - come qualsiasi forma di espressione collettiva, proviene da un corso storico e cioè dal complesso delle vicende attraversate da un popolo caratterizzato dall’appartenenza territoriale, ed espresse secondo una tavola di concetti via via costruita dalla storia” -, sia per ragioni di congruenza dell’organizzazione statale, che è assetto “strategico” di concretamento della sovranità popolare, la quale ultima, con buona pace dei detrattori, non ha, nell’art. 1 Cost., mera funzione di preambolo decorativo o augurale, ma esprime una vera e propria norma giuridica, che contiene “valutazioni, comandi, scopi” e relativi principi e richiede, pertanto, un coerente assetto dei poteri e delle funzioni statali.

In tale ottica, si manifesta evidente la difficoltà di trattare le partecipazioni al capitale della Banca centrale - l’attrazione della quale nell’orbita del diritto pubblico è un portato essenziale del moderno Stato di diritto e, quindi, dei principi sui quali si incardina la sua costruzione - quale assetprivato (i paragoni con altri paesi, liquidati in poche righe, a scopo, sembrerebbe, più di suggestione che di argomento, non colgono, neppure in tale veste e grosso modo, nel segno, perché le differenze prevalgono di gran lunga sulle “assonanze”. Senza dire che la comparazione per campioni individuali ed estratti senza analisi del più ampio contesto si risolvono altresì in “falsi storici”).

La recente riforma della Banca d’Italia, caratterizzata da molte ombre, ideata al di fuori delle Assemblee parlamentari - forzate, com’è noto e come si è ben visto, a rincorrere il temine di conversione del d.l. n. 133/2013, vanificando purtroppo l’istruttoria compiuta, ad esempio., dalla 6° Commissione permanente del Senato - sta già dando pessima prova, contraddittoria persino rispetto ai fini perseguiti: non è un vanto nazionale che anche un simile provvedimento normativo si collochi nella dilagante tendenza a trattare questioni così delicate e di così forte impatto sull’assetto della collettività in modo così superficiale, ispirato più a “formule” che all’attenta ponderazione del dato giuridico.

Ma il diritto - avrebbe detto Salvatore Satta - è un Signore con la maiuscola e non tollera operazioni sbrigative, se non a prezzo di condurre a risultati incalcolabili nella loro effettiva portata e irrazionali (che è quanto dire non giuridici). Le norme giuridiche - come hanno perfettamente dimostrato autorevolissimi studiosi di ispirazione istituzionista - sono “unità di sistema” generatrici di dinamiche che, divenendo subito eteronome rispetto al loro autore, si traducono in impulsi che non possono facilmente arrestarsi. Ne è una dimostrazione eloquente la perdurante crisi dell’ordine giuridico europeo, che, come ha dimostrato limpidamente Giuseppe Guarino, è stata determinata, in larga parte, da un improvvido (e illegittimo, perché contrastante con i Trattati) atto normativo, ossia il regolamento n. 1466/1997.

© Riproduzione Riservata.