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SPY FINANZA/ I default cinesi che fanno traballare l'Europa

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Per l’analista, «una netta correzione nel mercato immobiliare potrebbe portare a una crisi sistemica in Cina, il rischio maggiore che il Paese corre quest’anno. In maggiore pericolo sono soprattutto le città di terza e quarta fascia, quelle che registravano il 67% di nuovi edifici in costruzione nel 2013 sul totale nazionale». Soltanto nella città di Yingkou, 2,5 milioni di abitanti nella penisola di Liaodong, ben tre costruttori hanno abbandonato progetti abitativi e commerciali a metà, trasformando intere aree in vere e proprie città fantasma. E se i costruttori lasciano per mancanza di denaro, la mancata vendita di terreni per costruire porta a difficoltà di finanziamento per gli enti locali: quindi, un doppio effetto negativo per la popolazione, sia da cittadini che da acquirenti di case ma anche di obbligazioni-truffa. La vendita di terreni edificabili e le tasse sulla proprietà hanno pesato per il 39% dell’introito fiscale del governo lo scorso anno, peggio dell’Irlanda nel pieno della bolla.

Per Nomura, le costruzioni residenziali sono cresciute di cinque volte, passando lo scorso anno dai 497 milioni metri quadri di nuovo spazio a 2,598 miliardi di metri quadri: lo spazio calpestabile pro capite ha raggiunto i 30 metri quadri, sorpassando il livello del Giappone nel 1988, poco prima che il mercato di Tokyo crollasse. Un nuovo studio del Fondo monetario internazionale dimostra che la ratio cinese degli investimenti residenziali sul Pil ha raggiunto il 9,5% nel 2012, una percentuale più alta dei picchi di Giappone e Corea e molto maggiore di quella statunitense nel pieno della bolla subprime. Inoltre, il Fmi ha ricordato come la Cina abbia un deficit di budget pari al 10% del Pil, tolte le vendite di terreni e una leva fiscale molto più bassa di quanto calcolato. Dalla contrazione monetaria di metà 2012 in poi, la dinamica dei prezzi in Cina è stata poi sempre di doppio binario: dopo il crollo, i prezzi sono tornati a salire in città di fascia 1 come Shanghai e Pechino, le quali però contano solo per il 5% delle costruzioni totali in Cina. Nelle città di fascia 3 e 4, i prezzi da allora sono crollati invece del 43%. E le case restano sempre più invendute, come ci dimostra il grafico a fondo pagina.

E attenzione, quanto sta accadendo rende drammaticamente attuale e profetico quanto scritto nel report annuale di Hsbc, in particolare a pagina 140, quando si trattava di stress test applicati dalla banche per valutare l’impatto macro. E cosa diceva? Primo, la Cina soffrirà di una riduzione del 50% dei prezzi immobiliari, un trend anticipato da un modesto declino che poi si autorafforzerà anche attraverso un deterioramento del sentiment degli investitori. Secondo, i prezzi delle equity in Cina caleranno di circa il 25%, mentre il tasso di disoccupazione raddoppierà raggiungendo il 7%. Terzo, a seguito di questa crisi, il tasso di crescita cinese per ciascuno dei due anni seguenti sarà nella media del 3%. Quarto, i prezzi degli immobili e delle equity a Hong Kong crolleranno di circa il 50%.

E anche chi pensava che l’urbanizzazione della campagna avrebbe garantito domanda interna per anni, forse ha fatto male i propri calcoli. La forza lavoro cinese si è contratta di 3,45 milioni di unità nel 2012 e di altre 2,27 milioni lo scorso anno, a causa delle crisi demografica. Il numero di nuovi migranti dalla campagna, poi, dal 2010 a oggi è sceso da 12,5 milioni a 6,3 milioni e per Nomura entro il 2016 si registrerà addirittura un’inversione, ovvero si scapperà dalle città per tornare in campagna. Uno stress, quello che sta crescendo nel settore immobiliare, che non solo ha portato al primo default sul mercato obbligazionario interno, quello del gruppo Chaori, ma che sta complicando il lavoro al presidente Xi Jinping, deciso a imporre - anche a suon di default - la disciplina di mercato.