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Economia e Finanza

SPILLO/ I 100 milioni di lire che svelano gli "altarini" della finanza

Ci sono delle piccole storie che, a volte, danno il senso di tutta la storia o di storie più grandi, spiega GIOVANNI PASSALI. Come nel caso di 100 milioni di lire ritrovati a Viterbo

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Ci sono delle piccole storie che, a volte, danno il senso di tutta la storia o di storie più grandi. Anche qui abbiamo, in fondo, la traccia visibile della natura frattale degli eventi, cioè di quella proprietà dei frattali nota come invarianza di scala. Ingrandendo una figura frattale (come i noti frattali di Mandelbrot) si osservano figure che sono pressoché identiche a quella originale. Quindi anche nella storia (poiché pure il tempo è frattale) si possono trovare piccole storie il cui svolgimento ripete in qualche modo una storia più grande. Questo è quello che mi è venuto in mente leggendo la notizia di una signora di Viterbo che ha trovato, nascosti in un armadio, 100 milioni di lire, lasciati in eredità da uno zio.

Dopo un momento di gioia iniziale, la brutta notizia: la signora ha immediatamente telefonato a Bankitalia dove le avrebbero detto che quelle banconote sono carta straccia, poiché sono passati più di dieci anni dall’introduzione della nuova moneta (una cosa analoga è capitata a una vedova della provincia di Siracusa che ha trovato 43 milioni in una damigiana). Questo pone in luce una questione delicata: con quale autorità morale la banca centrale determina quale moneta ha valore e quale no? Quale autorità morale può vantare un istituto che sempre più è in mano a soggetti privati, cioè le banche italiane?

Perché se l’unica forza è la forza della legge, allora bisogna considerare che le leggi si possono cambiare. E soprattutto bisogna considerare se la materia (cioè la moneta) è una materia che rientra a pieno titolo in quelli che genericamente sono chiamati “beni comuni”. Infatti, non si capisce come non vi possano essere dei conflitti di interesse, nel caso in cui un bene comune di tale portata sia in qualche modo influenzato dalla partecipazione al capitale di soggetti privati, portatori di legittimi interessi privati.

Il recente aumento di capitale, che tenta di essere un sollievo per i bilanci delle banche italiane, vittime di sempre maggiori sofferenze, mostra qui tutta la limitatezza di visione strategica e culturale. Se infatti vale il principio per cui il valore di partecipazione al capitale doveva essere aggiornato al valore reale, questo porta come conseguenza che su quel valore reale i partecipanti al capitali hanno concreti diritti. Ma questo è in contrasto con il fatto che la Banca d’Italia è solo custode di quei beni, poiché essi sono frutto del signoraggio bancario e sono moralmente di tutti gli italiani. Tanto più questo vale per l’oro indicato in bilancio, il cui valore è di circa 100 miliardi, uno dei maggiori depositi al mondo.

Ma la storia della signora di Viterbo non finisce qui. Sembra infatti che sia prassi consolidata in giurisprudenza il considerare il tempo di decorrenza (dieci anni) a partire dal momento in cui si ha la disponibilità della vecchia moneta. Se così fosse, la banca centrale dovrà piegarsi a cambiare la moneta, proprio in forza di quella legge che voleva imporre.