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SPY FINANZA/ Russia-Cina, "l'alleanza" che spaventa gli Usa

Pubblicazione:lunedì 24 marzo 2014

Cina (Infophoto) Cina (Infophoto)

Proprio sicuri che l’annuncio del nuovo governatore della Fed, Yanet Jellen, al termine dell’ultimo Fomc, ovvero un’anticipazione del rialzo dei tassi non appena verrà completato il “taper” del programma di stimolo monetario, non abbia pesato e non peserà sui mercati? Certo, in un mondo normale una previsione del genere avrebbe poche conseguenze, ma quello in cui viviamo non è un mondo normale, è un sistema dove finanza ed economia reale sono completamente sconnessi, è un mondo dove la leva è ormai l’unico driver di crescita, intesa ovviamente come crescita del valore delle equities (e dei bonus). E poi, come mai questo cambiamento repentino di atteggiamento? Come mai tramutarsi di colpo da turbo-keynesiani a calvinisti assoluti, sapendo che questo rischia di emanare shock sull’intero sistema ma in principal modo nei mercati emergenti?

Forse perché ora quei mercati non servono più, hanno esaurito il loro ruolo di produttori di alti rendimenti grazie a flussi continui di denaro facile: gli inflows parlano chiaro, le grandi aziende, i grandi investitori stanno rimpatriando i loro soldi. I Brics possono anche andare a schiantarsi in un replay 2.0 della crisi asiatica del 1998, quando proprio la contrazione innescata dalla Fed si sostanziò in un evento di credito a livello globale. Ora, poi, c’è una ragione in più per non farsi troppe remore nel dar vita a scossoni: tra i paesi esposti a questi tumulti monetari c’è anche il nemico pubblico numero uno di Washington: la Russia.

Insomma, come Alan Greenspan nel 1998, Janet Yellen potrebbe avere il dito sul bottone che innescherà la prossima ondata di crisi. Anche perché, come ci dimostra il grafico a fondo pagina, le attese dei mercati per un rialzo dei tassi da parte della Fed erano molto più lunghe rispetto ai «circa sei mesi» annunciati dalla numero uno, la quale ha fatto chiaramente intendere - scalando altri 10 miliardi di acquisti mensili di bond, da 65 a 55 - che il “taper” non si fermerà tanto facilmente e che intende portarlo a termine entro la fine di quest’anno. Insomma, i mercati stanno cominciando a prezzare quella conosciuta come “dot chart” della Fed, ovvero tassi all’1% entro la fine del 2015 e del 2,25% per la fine del 2016: molto più alti di quanto ci si aspettasse, visto che nessuno avrebbe scommesso troppo su un “taper” così spedito.

Mercoledì scorso la reazione dei mercati è stata quasi immediata: il rendimento dei Treasuries a 5 anni è salito rapidamente di 15 punti base, innescando reazioni su tutto il sistema e portando nel breve a un aumento di pari entità anche sulla scadenza benchmark del decennale. E se i pari durata inglese e tedesco hanno conosciuto crescita dello yields rispettivamente di 11 e 7 punti base, i mercati emergenti hanno patito un po’ di più il colpo: Filippine +21, Indonesia +15, Turchia +14, Hong Kong e Brasile +12.

 


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