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SPY FINANZA/ Credito e palladio, le armi nella guerra tra Usa e Russia

Pubblicazione:martedì 25 marzo 2014

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

Cosa farà Putin? Avrà la forza di “staccare” il gas a Berlino, di fatto dichiarando guerra? Stando a dati del gas Infrastructure Europe, l’Ue ha stock di gas per 37 miliardi di metri cubi - il 47% della capacità totale -, anche grazie alle condizioni meteo molto miti di quest’ultimo inverno e il network di pipeline è in grado di deviare i flussi, non patendo più di tanto eventuali tagli russi attraverso l’Ucraina. E che i numeri siano questi e che Mosca abbia forse gridato più di quanto la sua stazza consenta, a livello di ricatto energetico, lo confermerebbe la mossa compiuta nel fine settimana dalla Cina, il cui ministero per le Politiche agricole ha fatto causa all’Ucraina presso una Corte inglese per un prestito da 3 miliardi di dollari della State Food and Grain Corporation e la Export-Import Bank of China, acceso in cambio di grano, di cui Kiev è primario produttore. Insomma, esattamente come Mosca richiederà i suoi 3 miliardi di dollari di prestito obbligazionario non appena la ratio debito/Pil dell’Ucraina salirà al 60% - e manca poco, se non truccano per bene i conti -, così Pechino chiede altri 3 miliardi: sono già 6, mentre le casse di Kiev sono disastrate - riserve estere a quota 10 miliardi - e i soldi occidentali per ora ci sono solo a parole.

E se il Fondo monetario internazionale ha già ventilato una soluzione cipriota per tamponare i conti, ovvero prelievi forzosi sui conti sopra i 100mila euro, questa discesa in campo così plateale di Pechino accanto a Mosca potrebbe costringere gli Usa a calcare la mano, quantomeno per capire davvero quanto si è pronti a spingersi verso scenari estremi e dagli esiti non pronosticabili. Anche per la vecchia disputa del dumping commerciale tra Usa e Cina. Lo yuan, infatti, è sceso del 2,8% dall’inizio dell’anno e ora che ha rotto quota 6,22 sul dollaro, a Washington cominciano a innervosirsi. Da quando il governo centrale cinese ha iniziato a deprezzarlo per contrastare, sostengono note ufficiali, gli investimenti speculativi esteri che da mesi scommettono su un suo continuo rialzo, il tonfo è stato inarrestabile, ormai a quota sei settimane di fila. Ma gli Stati Uniti, rivelava ieri il Wall Street Journal, non hanno preso bene la manovra, sostenendo che in realtà la Cina sta cercando di favorire le proprie imprese esportatrici per dare impulso a un’economia che difficilmente riuscirà a crescere al tasso del 7,5% anche quest’anno.

E i dati usciti sempre ieri sull’economia di Pechino, non aiutano. Le stime preliminari elaborate da Hsbc e Markit Economics indicano un Pmi ai minimi da otto mesi a quota 48,1, in calo dalla lettura finale di 48,5 a febbraio e sotto la mediana di 48,7 che risulta dal sondaggio di Blooomberg con 22 economisti: ovvero, contrazione. Ma ieri è arrivato anche il dato Pmi degli Usa per il mese di marzo, in calo dal 57,1 di febbraio al 55,5, il peggior ribasso da tredici mesi a questa parte, quindi anche negli Usa - nonostante la Fed - l’economia stenta a ripartire, salvo gli strani zig-zag di dati da un mese con l’altro.

Inoltre, la decisione che il governo cinese abbia deciso di raddoppiare la banda di oscillazione dello yuan non è piaciuta a Washington. La Cina sostiene che era necessario per liberalizzare l’economia, ma gli Usa hanno reagito duramente: «Il governo cinese sta chiaramente flirtando con nuovi, seri problemi», ha commentato al quotidiano finanziario, C. Fred Bergsten, senior economist al Peterson Institute for International Economics. E quale potrebbe essere un primo, serio problema per la Cina, già alle prese con la bolla del credito e i default su debito corporate già in corso? Eccolo spiegato da questo grafico: l’indice Hang Seng venerdì scorso è sceso ai minimi da otto mesi, entrando ufficialmente in territorio ribassista, o di “bear market”. E questo indice azionario rappresenta il veicolo più liquido per gli investitori stranieri per trattare titoli cinesi: per quanto accetteranno ancora di perdere soldi, stante anche le politiche monetarie del governo, prima di scaricare? Ma, soprattutto, quanti investitori occidentali potrebbero spaventarsi di fronte alla voce grossa di Washington per sanzioni più dure e abbandonare il carro?

 


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