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SPY FINANZA/ Credito e palladio, le armi nella guerra tra Usa e Russia

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Vladimir Putin (Infophoto)  Vladimir Putin (Infophoto)

Stavolta, forse, ho azzardato un po’ troppo il giudizio. Questa volta ho dato gli Usa per sconfitti troppo presto. E ve lo dico per due ragioni chiare. Primo, Putin ha ottenuto la Crimea ma ha anche perso molto del suo potere di ricatto energetico usando la forza. Secondo, le sanzioni stanno funzionando: non tanto da destabilizzare l’economia russa, ma da creare tensione sui mercati sì. E parecchia. Quindi, prepariamoci a una reazione - non formale, non a chiacchiere - di Mosca.

Cominciamo dal primo punto, ovvero dal fatto che un funzionario europeo coperto da anonimato alla vigilia del G7 di ieri in Olanda, ha detto chiaro e tondo che «il progetto “South Stream” ora è morto». Di cosa si trattasse è presto detto, una pipeline che avrebbe dovuto unire l’Ue alla Russia attraverso il Mar Nero entro il 2018, la preoccupazione strategica principale degli Usa. E questo non significa solo spingere la Russia sempre più su una posizione di isolamento, ma anche colpire i contractors vicini al circolo di potere del Cremlino, spaventati di fare la fine degli imprenditori dell’inner-circle di Putin finiti nella lista nera Usa e sanzionati.

Il gruppo del gas Novatek, di proprietà dell’imprenditore Gennady Timchenko, ha perso il 16% in Borsa da quando il nome del numero uno è comparso nella black-list e lo stesso Timchenko ha dovuto vendere in fretta e furia a un socio il suo 43% di partecipazione nella Gunvor, quarto gruppo petrolifero del Paese, per salvare l’azienda. Inoltre, Visa e Mastercard hanno bloccato le loro transazioni con Rossiya Bank, anch’essa sanzionata, portando a delle per ora limitate bak-run, con cittadini russi che nel fine settimana hanno preso d’assalto i bancomat per ritirare più contante possibile.

La risposta di Putin giovedì è stata come sempre sprezzante - «Mi assicurerò di persona che il mio stipendio venga trasferito su un nuovo conto di Rossiya come prima cosa lunedì mattina» - ma la pressione comincia a farsi sentire. E la posta in palio sale, così come i rischi connessi a una situazione potenzialmente esplosiva. Addirittura, i due giganti delle carte di credito hanno chiuso ogni rapporto anche con Smp Bank, alla cui guida c’è l’ex compagno di judo di Putin, Arkady Rotenberg, senza che questa fosse però già soggetta a sanzioni: nessuno vuole correre rischi con i regolatori Usa. Il gigante dell’alluminio Rusal ha intavolato una trattativa con creditori per postporre il suo roll-over su parte dei suoi 10 miliardi di dollari di debito: in totale il debito delle aziende russe è di 650 miliardi di dollari, 155 dei quali devono fare roll-over quest’anno.

Cosa sta succedendo, quindi? Gli Usa, dopo i primi giorni di disorientamento e tentennamento diplomatico, hanno capito che questa battaglia non possono perderla. Anche perché, come vedremo tra poco, le due principali controparti - Usa e Cina - hanno più di un punto debole a livello economico da usare come tallone d’Achille. Nelle sale trading ormai nessuno più lo nega: si pensava alla classica disputa asimmetrica, al solito mostrare i muscoli per un paio di mesi, minacciando a destra e a manca e poi tutto come prima. Ma l’invasione e l’annessione della Crimea sono stati il punto di non ritorno. E i traders lo dicono chiaro: se le sanzioni si faranno più dure, le aziende russe saranno decisamente fiaccate, visto che sono già finanziariamente vulnerabili.

Il rischio vero è mancare gli appuntamenti con i roll-over sul debito, dando vita a sorte di mini-default in stile cinese o aumenti vertiginosi del prezzo del denaro per finanziarsi sul mercato. L’alternativa? Chiedere soldi alla Cina in via preferenziale, in cambio di spalancare la porta delle industrie strategiche. Anche perché, al netto dei numeri ancora importanti dell’import energetico, come ci mostra il grafico, la dipendenza dell’Europa da Mosca sta calando e, soprattutto, dal 2009 a oggi l’Ue ha speso 1,3 miliardi di euro per costruire interconnessioni continentali, una delle quali potrebbe ad esempio garantire a Polonia, Slovacchia e altri Paesi dell’Est il gas proveniente dalla pipeline Nord Stream tedesca.

 


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