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FINANZA/ Il flop europeo che l'Italia ha ignorato

Pubblicazione:lunedì 3 marzo 2014

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Il 27 e il 28 febbraio il Presidente della Banca centrale europea è volato da Francoforte a Berlino per un incontro con Angela Merkel che è stato definito, dal portavoce della Cancelleria, “di routine”, a latere di un simposio internazionale sulla stabilità finanziaria. In effetti, parlando con amici e conoscenti nella capitale della Repubblica federale tedesca, si ha l’impressione che la materia principalmente trattata (in breve, che fine ha fatto l’unione bancaria europea?) non sia certo d’ordinaria amministrazione. Nonostante la poca attenzione data all’incontro, e all’argomento, dalla stampa italiana, e in generale dall’Italia, visto che l’attenzione era, in quei giorni, interamente incentrata sulla formazione del nuovo Governo.

Draghi ha mille ragioni per essere inquieto. Da un canto, l’istituto da lui presieduto sta procedendo verso l’assunzione di funzioni, e potestà, di vigilanza nei confronti delle banche di grandi dimensioni dell’eurozona. Dall’altro, gli altri tasselli dell’unione bancaria sono in alto mare. In particolare, i Ministri economici e finanziari dell’Eurogruppo paiono avere accantonato l’uniformazione delle regole in materia di garanzia delle somme depositate in conto corrente. C’è poi un vero e proprio scontro tra Eurogruppo e Parlamento europeo a proposito delle operazioni di “risoluzione” di istituti in gravi difficoltà. Ove ciò non bastasse, la sentenza della Corte costituzionale tedesca, con sede a Karlsruhe, si sta rivelando una vera e propria trappola per la Bce, i cui lineamenti giuridici sono delineati nella nota a fine articolo.

Nell’ipotesi più favorevole, il procedimento presso la Corte di giustizia europea (a cui la Corte costituzionale tedesca ha chiesto lumi su alcuni aspetti di grande rilievo) durerà almeno un anno, durante il quale la Bce non potrà né deliberare né utilizzare le Outright monetary transactions (Omts), annunciate il 26 luglio 2012 da Draghi con tanto clamore e mostrate come strumento principale in mano alla Bce.

Priva di due dei suoi tre pilastri (come definiti inizialmente) e con la pistola della sua architrave (la Bce) caricata a salve (per utilizzare un termine gentile), l’unione bancaria sta diventando una fonte di imbarazzo per l’eurozona. Lo mostra senza mezzi termini un documento della Asian development bank (il Working paper N. 462) diramato a metà febbraio, ma di cui nessuna fonte italiana d’informazione ha inteso dare notizia. Il documento conclude che gli Stati asiatici “non devono essere dissuasi” (dall’esperienza dell’eurozona) dal cercare una maggiore e migliore integrazione dei loro mercati e istituti finanziari, ma specifica anche che “il percorso europeo risulta pieno di falle”.


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