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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Così Pechino può "fregare" Putin

Vladimir Putin (Infophoto)Vladimir Putin (Infophoto)

Insomma, brutte notizie per Putin. A cui se ne aggiungono altre, perché da più parti si fa notare come il Cremlino stia facendo i conti senza l’oste nel basare tutta la sua fermezza sul presunto appoggio che gli fornirebbe la Cina. Se infatti il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha annunciato dopo l’annessione della Crimea che «Russia e Cina hanno vedute che coincidono sulla situazione in Ucraina», i fatti hanno un po’ ridimensionato questo prospettato idillio e alleanza strategica. In sede di Consiglio di sicurezza Onu, infatti, la Cina non è stata dalla parte di Mosca, come accadde sulla Siria, ma si è astenuta e il suo ministro degli Esteri ha puntualizzato come Pechino «aderisce sempre al principio di non interferenza negli affari interni di altre nazioni e rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina». Non esattamente l’unità di vedute prospettata da Lavrov, quindi.

Tanto più che dopo l’incontro avvenuto la scorsa settimana a l’Aia tra Barack Obama e il presidente cinese, Xi Jinping, il consigliere per la sicurezza statunitense, Ben Rhodes, si è detto felice del colloquio tra i due e ha fatto filtrare come «la Russia non può più contare sul suo alleato tradizionale». Il perché è presto detto. La Cina non solo non ha interesse ad arrivare a uno showdown con gli Usa, ma anzi sta sistematicamente erodendo il controllo russo sul gas in Asia Centrale. Prendiamo il Turkmenistan, il cui gas passava da Nord e diveniva de facto ostaggio della prezzatura che di esso faceva Gazprom. Bene, ora passa da Est e il presidente cinese in persona, Xi Jinping, lo scorso settembre ha inaugurato la nuova pipeline da 1800 chilometri che dai campi di Galkynysh arriva in Cina, la seconda più grande al mondo con i suoi 26 triliardi di metri cubi e capace di fornire 65 miliardi di metri cubi, pari a metà dell’export di Gazprom verso l’Europa.

Più o meno la stessa cosa sta accadendo in Kazakistan, dove le compagnie cinesi la stanno facendo da padrone nell’industria energetica, come hanno confermato anche alcuni cables resi noti dal caso Wikileaks, tra cui quello di un diplomatico britannico che nel 2010 descriveva «la colonizzazione commerciale della regione da parte dei cinesi» e diceva come «la Russia sta guardando sparire con dolore il suo dominio energetico». Ancora più esplicito il cable in cui viene citato l’ambasciatore cinese in Kazakistan, Cheng Guoping, a detta del quale Cina e Russia erano sempre più in rotta di collisione e che Pechino non avrebbe dovuto pagarne lo scotto: «In futuro, le grandi relazioni di potere in Asia centrale saranno complicate, delicate. Le nuove pipeline di gas e petrolio stanno rompendo il monopolio russo nell’export energetico». Ma ancora più netta e chiarificatrice degli equilibri in atto, era la seconda parte del cable, nella quale Cheng non solo esprimeva «una visione positiva del ruolo degli Usa nella regione», ma suggeriva addirittura che la Nato prendesse parte come ospite ai colloqui per lo Shanghai Cooperation Group (di fatto la risposta russo-cinese all’abbinata Ue-Nato) per «rompere il monopolio russo nella regione».

Due volte il verbo “rompere” in un solo cable ed entrambe le volte diretto contro l’oligopolio energetico russo nell’Asia centrale, la “heartland” nella quale si giocano i destini dell’energia - e quindi del potere - del prossimo secolo. Forse Putin dovrebbe rifare un pochino i suoi calcoli. O, quantomeno, fare una telefonata a Pechino, esigendo una parola chiara prima di compiere passi che gli potrebbero essere fatali e che regalerebbero alla Cina, senza colpo ferire, la chiave del nuovo Eldorado energetico. “L’arte della guerra”, non a caso, è stato scritto da Sun-Tzu. Un cinese.

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