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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La "finta" guerra in Ucraina e la vera punizione per l'Italia

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Proprio sicuri che Putin abbia perso? E che, soprattutto, volesse davvero la guerra e non fosse una manovra studiata a tavolino? Primo, la Russia ha conquistato la Crimea senza sparare un singolo proiettile. Di più, senza che nemmeno i militari avessero il colpo in canna. Il tutto, in due giorni. Secondo, mentre muoveva le truppe, Putin ha speso un’ora e mezzo del suo tempo al telefono con Obama e altrettanto con la Merkel, accettando la mediazione tedesca per la creazione di un gruppo di contatto gestito dall’Ocse: non mi pare l’attitudine di uno che vuole davvero la guerra, altrimenti Mosca avrebbe tramutato l’Ucraina in un posacenere nell’arco di una settimana. Terzo, Putin ha ottenuto il massimo spendendo il minimo: ha di fatto tramutato la Crimea in territorio russo, con buona pace di Kruscev, evitando anche di sborsare i 15 miliardi di dollari di aiuti pattuiti due mesi fa con Yanukovich: l’Europa e gli Usa hanno già detto che aiuteranno Kiev, attraverso anche il Fmi, quindi il default che avrebbe fatto sanguinare Mosca è scongiurato e con soldi occidentali. Quarto, attraverso la sua minaccia, Putin ha sventato il grande corner che si stava organizzando sul prezzo del petrolio, facendo salire le quotazioni sia del Brent che del Wti sul timore di un conflitto. E chi paga quella bolletta petrolifera in aumento? L’Occidente, ovvero noi.

Il rublo, però, è crollato nel mercato dei cambi. Giusto, ecco il quinto punto a favore di Putin. Il quale sta ricevendo più dollari dall’export di materie prime e sta pagando i suoi soldati e tutti i dipendenti pubblici in rubli svalutati, quindi la Russia sta estraendo sempre più rubli dai dollari e dagli euro che ottiene per il petrolio e il gas. Insomma, alla faccia nostra, grazie al tonfo del rublo, Putin ha appena dato vita a una svalutazione competitiva senza fare praticamente nulla, abbassando il costo di stipendi e pensioni e pagando unicamente lo scotto all’eventuale vampata inflazionistica che verrà (e, infatti, hanno subito alzato i tassi), ma incrementando l’inflow in dollari ed euro, quindi massimizzando non solo le entrate che gli faranno mettere a posto i conti, ma anche le riserve in valuta estera, al netto di quelle auree in costante aumento dal almeno quattro anni.

Direte voi, per essere un’operazione preparata a tavolino, però occorre che entrambe le parti siano d’accordo: perché mai l’Occidente dovrebbe guadagnare qualcosa dalla falsa destabilizzazione a Est? È presto detto: ci guadagna in altro modo e si svia l’attenzione dell’opinione pubblica dal vero problema, dal vero catalizzatore che sta spaventando i mercati. Partiamo dal primo punto. Cosa ha dichiarato ieri il premier ucraino in pectore, Arseniy Yatsenyuk, parlando con la stampa internazionale? Quanto segue. «L’Ucraina sosterrà tutte le richieste del Fondo monetario internazionale, siamo certi che le truppe russe non ci invaderanno, incrementeremo le riserve monetarie per contrastare le fluttuazioni, privatizzeremo la Naftogaz e non abbiamo intenzione di nazionalizzare le aziende private». Pescecani stranieri e oligarchi domestici non possono che essere deliziati da dichiarazioni simili, che valgono bene una figuraccia rispetto alla prova muscolare del Cremlino.

Veniamo poi al secondo punto. Il conclamato rallentamento dell’economia cinese e la mancata ripresa Usa stanno concretizzando il rischio di una feroce correzione dei corsi a livello globale, con la crisi dei mercati emergenti che sta per tramutarsi in crisi bancaria (guarda caso, le principali banche russe hanno abbassato sia in Russia che in Ucraina al corrispettivo di 100 dollari il massimo di prelevamento quotidiano possibile ai bancomat per evitare bank run). Signori miei, il margin debt, ovvero il denaro preso a prestito per acquistare azioni a Wall Street, ha segnato un altro record lo scorso gennaio, secondo dati forniti dalla Borsa di New York, un dato che va a sovrapporsi a quello del nuovo record dell’indice Standard & Poor’s a 1.859 punti, toccato venerdì scorso. Oggi il valore del margin debt al Nyse è pari a 451 miliardi di dollari, in crescita del 20% rispetto a un anno prima e al di sopra dei valori massimi del 2007 (381 miliardi di dollari): cinque anni fa toccò, al ribasso, i 173 miliardi di dollari.


COMMENTI
04/03/2014 - No problem con Renzi #italiastaiserena (Carlo Cerofolini)

Con Renzi #italiastaiserena e quindi perché preoccuparsi. Siamo in una botte di ferro. Sì come Attilio Regolo!